Partire da zero

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In questi giorni Factanza ha raccontato un tema che mi pare fondamentale: l’ereditocrazia.

Ereditocrazia significa “il potere dell’eredità”, e descrive il nuovo ordine economico in cui il successo finanziario non dipende più dal talento o dal lavoro, ma da ciò che ricevi in dote.

Un po’ di dati. Nel 2025 le persone nei Paesi sviluppati erediteranno 6 trilioni di dollari: il doppio, in proporzione al PIL, rispetto a mezzo secolo fa. In Francia, i flussi ereditari sono raddoppiati dagli anni Sessanta; in Germania, triplicati dagli anni Settanta. E in Italia, il 63% della ricchezza dei miliardari sarebbe frutto di eredità, contro il 36% della media mondiale.

Non è solo una questione di super-ricchi. Nel 2016, un erede italiano su quattro ha ricevuto più di 200.000 euro, una somma che la famiglia media impiega a risparmiare in un’intera vita lavorativa. Ci sarebbe anche un altro aspetto collegato. Un erede che riceve un milione, già tassato in passato da altri, non pagherà quasi nulla per ereditarlo. È questo il privilegio: non creare ricchezza, ma ereditarne una già pulita.

Il punto è: oggi ciò che produci con il tuo lavoro rende meno di ciò che ti dà un capitale.
È come correre in salita con qualcuno che parte da metà percorso e ti saluta dall’alto.

Di questo ne parla ampiamente un saggio di più dieci anni fa, di Thomas Piketty (Capital in the Twenty-First Century – 2013), in cui si mostra che la ricchezza pregressa si accumuli più velocemente del reddito prodotto dall’economia. Nelle economie sviluppate, il rendimento reale medio del capitale (azioni, immobili, dividendi, interessi) oscilla fra 4 e 6 % l’anno, mentre la crescita media dei salari reali è circa dell’1%.

Quindi la possibilità di benessere si concentra nei patrimoni e non nei redditi. Chi lavora può sostenere il sistema, ma chi eredita tende a dominarlo.

Io appartengo a quella generazione che ha capito tardi, con fatica, molto parzialmente, che l’unica vera forma di miglioramento della condizione finanziaria passa per la costruzione di un piccolo capitale da dedicare agli investimenti. Se non lo hai, la tua corsa non si ferma mai: da quarantenne senza eredità lavori per mantenerti in corsa, magari per arrivare al traguardo di una pensione.

È un limbo che conosciamo bene, nella semiperiferia dove viviamo in eterno affitto e dove qualsiasi miglioramento di carriera o stipendio, se c’è, è destinato al risparmio. Siamo rosi dalla disgrazia di essere tanto poveri quanto seri, con questo morbo di volersi borghesemente migliorare, di non credere mai troppo ai sogni se non per affidarli ai figli, mentre il mondo certe promesse sistemiche sembra averle abbandonate per dare più agio a chi già nasce nell’agio.

Se decidi di stare nel sistema con l’ambizione di emancipare la condizione socio-economica e finanziaria, devi – almeno: 1) trovare un lavoro che ti mantenga e mantenga chi hai a carico; 2) imparare quello che nessuno ti ha insegnato: ovvero, ricavare risparmi e a farli fruttare, schivare fuffaguru, valutare le virgole degli interessi e delle commissioni; 3) ottenere da piccolissimo azionista quello che non hai nell’eredità o in busta paga.

Significa essere acrobati delle 24 ore: bilanciare ogni momento per tenere insieme l’immenso dovere con quel poco di piacere creativo che coetanei più fortunati si possono permettere con relative preoccupazioni – tipo quella dell’essere tassati al 22 o al 26 sugli affitti brevi.

Questo significa partire da zero. Ed è un pensiero che da circa dieci anni sento dentro. Lo sento in tante forme, politiche ed esistenziali: senso di ingiustizia e sforzo, resistenza e frustrazione, slancio e scoperta, isolamento e condivisione. E oggi, inevitabilmente, tutto questo fa un gioco di echi con la sfida che state accompagnando.

Partire da zero nella corsa significa imparare a non farsi male. E quindi per correre serve innanzitutto sapere camminare. Alternare corsa e passi. Allenare il sistema cardiovascolare, migliorare l’equilibrio. Che poi, di nuovo, è la base anche per qualsiasi acrobata.

Continuo a farlo. Anche se l’eredità collettiva che stiamo portando avanti, la borsa di studio dedicata a Ivana Santarsiere a sostegno della ricerca sui tumori rari del torace, ha assicurato già il suo obiettivo per il 2026! Lo avevamo fissato per maggio prossimo. Grazie alla generosità di decine di donatori, ce l’abbiamo fatta in pochi giorni.

Premio 2025: Dott.ssa Debora Brascia, chirurga toracica, Istituto Clinico Humanitas
Premio 2025: Dott.ssa Debora Brascia, chirurga toracica, Istituto Clinico Humanitas

Siamo oltre i 2000 euro ormai e tutti i fondi andranno a TUTOR Tumori – Associazione Tumori Toracici Rari APS ETS. La raccolta resterà tuttavia aperta fino a maggio, quando correrò insieme a chiunque voglia accompagnarmi, per la Stramilano.
Decideremo come destinarli esattamente e aggiorneremo i donatori.

Per continuare a supportare il progetto, questo il link.

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STARTING FROM ZERO

A few days ago, I came across a reel by Factanza and which, to me, feels fundamental: inheritocracy.

Inheritocracy means “the power of inheritance”, and describes a new economic order in which financial success no longer depends on talent or hard work, but on what you’re born to receive.

According to The Economist (which placed the topic at the centre of an issue earlier this year), in 2025 people in developed countries will inherit around six trillion dollars – roughly double, as a share of GDP, what was passed on half a century ago. In France, inheritance flows have doubled since the 1960s; in Germany, they’ve almost tripled since the 1970s. And in Italy, 63% of billionaires’ wealth is estimated to come from inheritance, compared with a global average of 36%.

It’s not just a matter of the super-rich. In 2016, one in four Italian heirs received more than €200,000 – a sum the average Italian family would take an entire working life to save. There’s also another side to it: an heir who receives a million, already taxed in the past by someone else, will pay almost nothing to inherit it. That’s the privilege: not creating wealth, but inheriting it already cleansed.

Here’s the point: today, what you produce through your work yields less than what you earn from capital. It’s like running uphill while someone else starts halfway and waves at you from above.

This was already made clear over a decade ago by Thomas Piketty in Capital in the Twenty-First Century (2013), which showed that accumulated wealth grows faster than the income generated by the economy. In developed countries, the real average return on capital – shares, property, dividends, interest – is between 4 and 6 % a year, while real wage growth barely reaches 1 %.

Wealth, then, accumulates in assets rather than incomes. Those who work sustain the system; those who inherit tend to rule it.

I belong to that generation who realised late – and with some effort – that the only real path to improve one’s financial condition lies in building a small passive capital of one’s own.
Because if you don’t have it, your race never stops: as a forty-something with no inheritance, you work just to stay in motion, not to reach anywhere.

It’s a limbo we know well: the semi-periphery where we live in perpetual rent, and where any career or salary improvement, if it ever comes, is destined for saving.

We’re worn down by the misfortune of being both poor and earnest, caught in this bourgeois urge to better ourselves, never quite believing in dreams except to hand them down to our children. And the world seems to have abandoned its systemic promises in order to grant more comfort to those already born into comfort.

If you decide to stay within the system, with the ambition of improving your socio-economic and financial condition, you have to do at least three things:
1) Find a job that supports you and those who depend on you.
2) Learn what no one ever taught youhow to save and make it grow, dodge the self-help gurus, study every decimal point of fees and interest.
3) Try to earn, as a tiny shareholder, what you’ll never have from inheritance or on your payslip.

It means being an acrobat of the 24-hour day, balancing every moment to hold together immense duty and the small creative pleasure that luckier peers can afford – like being taxed at 22 or 26 per cent on their short-term rentals.

This is what it means to start from zero.
And it’s a thought I’ve carried within me for about ten years – in many forms, political and existential: injustice and effort, resistance and frustration, drive and discovery, isolation and solidarity. Today, inevitably, all of this echoes in the challenge you’ve joined me in.

Starting from zero, when it comes to running, means learning not to get hurt. To run, you first have to know how to walk – to alternate pace and stride, to train your heart and balance. Which, again, is the foundation for any acrobat.

I keep doing it. Even though the collective inheritance we’re carrying forward – the Ivana Santarsiere Scholarship, supporting research on rare thoracic tumours – has already reached its 2026 target.
We had set it for next May. Thanks to the generosity of dozens of donors, we achieved it in just a few days.

Premio 2025: Dott.ssa Debora Brascia, chirurga toracica, Istituto Clinico Humanitas
2025 Award: Dr Debora Brascia, thoracic surgeon, Humanitas Clinical Institute

We’ve now passed €2,000, and all funds will go to TUTOR Tumori — Associazione Tumori Toracici Rari APS ETS. The fundraiser will remain open until May, when I’ll run the Stramilano alongside anyone who wishes to join me.

We’ll decide together how to allocate the remaining funds and update all donors.

To continue supporting the project, here’s the link.

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