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A proposito di Grillo e dei nemici del popolo

Da quando è uscita la notizia della corsa al reddito di cittadinanza presso un caf pugliese, una parte degli utenti di fb, dalle destre all’area moderata di sinistra, ha riportato la notizia con toni sbeffeggianti.

Un’altra parte, spesso riconducibile alla sinistra, è corsa a ricordare quello che pare ovvio: la povertà non va presa in giro. Nel farlo attaccava la parte moderata accusandola di snobismo meschino. Questa si è difesa sostenendo che l’oggetto della presa in giro erano i manipolatori grillini, non i manipolati.

Al netto del dibattito in sé, questo episodio mi ricorda come una certa sinistra non riesca ad avere una posizione netta contro lo schieramento grillino. Del resto, sono gli stessi che ci si alleerebbero o che invitano il Pd a un’alleanza. Niente di nuovo. Entrambe sono forze che condividono la matrice roussoviana del pensiero e quindi dello Stato. C’è un “ma”: quella sinistra è la stessa che attacca, spesso a ragione, il liberismo, il capitalismo e il consumismo.

Penso sia allora importante ricordare ciò che forse quella sinistra dimentica: chi è Grillo. Grillo è quello che è riuscito in un’operazione che la storia non dimenticherà, ovvero reificare definitivamente l’offesa. L’ha resa merce su cui speculare in termini di denaro e consenso.

Oltre ad avere una grave colpa intellettuale e artistica (usare l’offesa come mezzo per far ridere) ne ha una politica: usare l’offesa per vendere biglietti, ottenere visite, spostare il consenso, determinare il tono del dibattito.

L’offesa alza il livello emotivo e abbassa quello del raziocinio. L’offesa non si discute, si afferma. L’offesa attira l’attenzione e fa vendere. L’offesa è la degradazione ultima del linguaggio pubblico che già era colpito da:

  • la riduzione a slogan (fenomeno derivato dal marketing e dal meccanismo di vendita) avvenuta soprattutto con Berlusconi e Renzi;
  • la semplificazione determinata dai media;
  • l’odio distribuito da forze politiche come la Lega e di nuovo dai media.

Non è stato Grillo a sdoganare l’offesa. Prima di lui ci sono stati numerosi esponenti di altri partiti e da ogni lato (spesso vittime erano le donne: dalla Bindi alla Carfagna). Lui però, nell’ambiguità che il suo ruolo di comico gli consentiva, l’ha portata a cifra del linguaggio pubblico fino a quando il suo elettorato, né più né meno vittima di una operazione di convincimento da marketing, l’ha assorbito.

Su questo bisogna essere molto chiari. Grillo ha fatto tutto ciò in maniera sistematica, in maniera ossessiva. Era lui che dava della “vecchia puttana” alla Montalcini, era lui che faceva i “VaffaDay”, era lui che dava del “cancronesi”, “testa asfaltata”, “gargamella”, “faccia da culo”, “Rigor Montis”, “salma”, “Morfeo”, “Supercazzolaro”, “ebetino di Firenze”, “Tremorti”, “Forminchioni”, “Pisapippa”, “Frignero”, “Alzheimer”, “Ovetto Kinder”, “Anthony Perkins delle vecchie mignotte”, “Fattucchiera”, “Topo Gigio”, “figlia di Fantozzi”, “Enterogelmini”, “psiconano”, “zombie”, “padri puttanieri”, “carogne e schiavi degli editori”, “container pieno di merda liquida” ecc. 

L’offesa come mezzo più diretto per raggiungere non tanto l’oggetto dell’offesa, ma il pubblico. Questo non si cancella dicendo: “L’epoca dei Vaffa è finita.” Non cancelli lo stupro al dibattito con un colpo di spugna dopo che hai ridotto la cosa pubblica a merce sul banco di chi parla più facile e in modo più furioso. Non lo si può fare senza far pagare a tutti conseguenze sul piano della tenuta democratica. Non lo si deve fare in questa epoca in cui è dovere civico e politico aiutare gli elettori negli sforzi di lettura.

Ogni nemico della complessità è il vero nemico del popolo.

Il nemico della complessità vuole il popolo manipolabile, capace di assorbire rapidamente informazioni e promesse, di farle proprie in barba ai processi. È così che i caf si riempiono di quella che retoricamente e con patetismo si derubrica a “povera gente”: perché nel gioco della semplificazione leader come Grillo hanno allenato milioni di elettori a farsi colpire da chi urla più forte, da chi urla promesse facili.

La sinistra, quella che dovrebbe essere per l’emancipazione culturale del popolo, sta dando assist costanti a una visione devastante per la crescita degli individui e il loro modo di partecipare alla democrazia: sta avallando chi guadagna soldi e consenso attraverso pratiche di linguaggio precisissimeQuando la sinistra ha smesso di pensare che la battaglia più importante fosse quella per l’emancipazione culturale degli individui?

Accanto a lei una parte di intellighenzia moderata e di docenti universitari (da Pasquino a Scalfari) si scopre grillina o comunque non affatto ostile a Grillo. E qui mi stupisco persino maggiormente.

Ho imparato infatti da questi professori, e subito dopo da decine di libri che loro stessi mettevano nei programmi, che una democrazia, prima del contenuto delle parti in gioco, è condivisione di regole e linguaggio.

C’è allora un episodio che troppo facilmente viene rimosso. Quando si ricordano le trattative tra Pd e grillini si tende a evocare l’incontro con Bersani. Io invece ne ricordo bene uno: quello Renzi – Grillo. Lo ricordo anche perché proprio i grillini in questo periodo lo diffondono come segno dell’integrità del proprio leader (e vi basterà leggere i commenti al video per capire l’effetto sull’elettorato).

In quell’episodio Grillo siede a un tavolo istituzionale delle trattative come rappresentante del suo partito (non a caso li chiamo grillini e non M5S: non sarà l’agitare l’indipendenza di Di Maio a farmi cambiare idea, semmai la rafforza). A quel tavolo Grillo impedì a Renzi di parlare.

Chiarisco meglio: non si tratta di avere posizioni diverse, più o meno discutibili, ma di impedire la parola all’avversario. Si tratta di far saltare la grammatica di base della democrazia. Chiederei a Pasquino: “Chi è l’eversore?” In questo piccolo episodio sta la matrice di questo movimento e della creazione del suo consenso. Dopo aver messo da parte il suo lato più nobile, come i MeetUp (perché non rendevano in termini di voti?), ha compreso che la strada doveva essere una: quella della semplificazione, di cui l’offesa è apice, quella dello slogan e quella dei gesti definitivi come vietare la parola.

Esasperare così il dibattito ha un prezzo. Non tanto l’ostilità di avversari che avrebbero potuto essere alleati. Il prezzo più alto sta nelle promesse facili e impossibili, nell’odio (no rabbia) che si instilla, nell’invito a concepire la realtà come luogo del bianco/nero. Ovvero il contrario di ciò che la cultura, non il Pd o i presunti radical chic, si sforza di fare da secoli. Dalla didattica alla letteratura. Pensavo che in politica questo ruolo spettasse innanzitutto alla sinistra. Forse mi sbagliavo. Spero che se ne ricordi prima di quando tutto il popolo che si dice di amare, e non solo quello che corre ai caf, quel prezzo dovrà pagarlo.

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Ps: avrei potuto intitolare questo articolo “Grillo è uno stronzo” per ottenere più click e dimostrarvi quello che il marketing sa bene: l’odio vende. Ma se c’è una cosa si cui intendo spendere il mio stare nel mondo è combattere contro tutto questo. Grazie quindi a chi è arrivato fin qui senza aver bisogno di contribuire ad abbassare l’asticella dello scambio.

Se ha ragione Darwin, i giovani giusti ci sono già

Per alcuni sono lo strascico della generazione X, quella scettica, disincantata, post-ideologica. Sono gli ultimi arrivati di una prole nichilista, neanche troppo sfortunata, rammollita dagli agi, incapace di rivoluzioni, forse appena di evoluzioni. Per altri sono la prova del proprio fallimento. Quelli da compatire, i nipoti a cui chiedere scusa. Con tutti quei debiti da pagare e poi le pensioni e quel lavoro fisso che non vedranno mai.

E se i giovani fossero altro? Mentre la flessibilità è costretta da riforme mancate alla sua versione più feroce, il precariato, una nuova generazione di italiani si sta trasformando silenziosamente.
Si potrebbe prendere in prestito un nome dalle scienze dei materiali. Si potrebbe definirli i “resilienti”. Come certe sostanze che si adattano agli urti, sono reattivi e plastici. Flessibili davanti a ogni rigida resistenza. Nel momento in cui la crisi porta al pettine i nodi del sistema, i resilienti si districano tra i rimbalzi dello stage, i labirinti interinali e l’ossigeno a progetto, imparando a riconoscere i peggiori difetti di chi li aveva preceduti e diventando altro.
Sul loro biglietto da visita non c’è un dott. o un rag., ma nome e cognome accompagnati dalle figlie delle ambizioni mortificate e dei cambi di rotta: le loro esperienze frammentate, solo talvolta legate ai titoli di studio. Sono i laureati in fisica, diventati panettieri, poi insegnanti e infine web designer. Questi nuovi italiani sanno che non avranno carriere lineari predefinite, ma percorsi professionali variegati e ciclici.

Nel frenetico tentativo di trovare una collocazione, hanno imparato a credere nei principi neo-borghesi della meritocrazia e dello sforzo, ma anche nel dono e nello scambio. I resilienti si sono formati imparando le lingue degli altri, viaggiando e vivendo in mezzo ai “diversi da noi”, tra i quali sono finiti per studiare o lavorare. Hanno conosciuto giovani donne con ruoli che in Italia sono ricoperti da maschi anziani. Hanno scritto curricula dove è illegale mettere la data di nascita. Hanno visto coetanei cambiare continuamente lavoro e avere figli. Hanno frequentato scuole con allievi di ogni età. Hanno incontrato persone che davanti a nuove idee non hanno risposto «… perché no», ma «Perché no?».

Questi italiani hanno i tratti dell’uomo postmoderno a suo agio nelle contrazioni telematiche dello spazio e del tempo. Il confronto con la tecnologia gli viene delegato con sufficienza da chi, sopra di loro, la teme o rifiuta. Grazie a lei hanno imparato a muoversi fra le pieghe della storia, dell’arte e della cultura, a non aver paura del passato, ad accorciare le distanze nel presente. Vivono dolorosamente l’accerchiamento di strutture statiche in una periferia dell’Occidente dove le voci forti sono quelle degli ipergarantiti, dei fedelissimi del posto fisso, del sissignore e unamanolavalaltra. Intanto si chiedono se Darwin avesse ragione, se vinca davvero la specie che si adatta meglio ai cambiamenti, se il futuro sarà loro, di questi nuovi italiani, dei resilienti.

 

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Originariamente pubblicato su IL – Il Sole 24 Ore