SPOILER ALERT – possibili rivelazioni se non avete mai visto HACF

A venti anni sono uscita per un breve periodo con un ragazzo. Era carino ma anche egocentrico e non troppo simpatico. Sin dall’inizio avevo riconosciuto i difetti ma a venti anni si agisce oltre la consapevolezza, così me lo feci andare bene per un po’ fino a quando litigammo su una questione apparentemente insignificante: secondo lui la fama di Vasco Rossi dimostrava la bravura di Vasco Rossi. All’epoca Vasco Rossi non mi piaceva per niente (cominciai ad averlo in simpatia solo dopo averlo visto strafatto da Mike) ma indipendentemente da questo trovavo stonata l’equazione “fama = bravura”. Solo in quel momento mi chiarii definitivamente l’incompatibilità e ci lasciammo.

Questo aneddoto mi torna in mente a distanza di anni. Mi ci torna in un momento in cui l’importanza del successo non è più un criterio dominante della cultura – weberianamente parlando – protestante.
L’importanza del successo oggi è rafforzata sin da bambini con il mito della “meravigliosa unicità” (“Sei splendido e – sottinteso – quindi avrai successo”) e viene poi costantemente riproposta a ogni apertura di social, certificata da numeri, esternata da like.
Mi ricordo di quell’equazione quando un amico ha talento e non emerge; quando una persona cara è costretta a cambiare obiettivi; quando a ottenere riconoscimenti spropositati sono persone con meriti discutibili; quando io stessa nel mio lavoro mi scontro con il peso dello share che talvolta abbassa il livello delle scelte editoriali.

E ci ripenso guardando Halt and Catch Fire, la mia serie preferita. Mentre scrivo sono appena andate in onda le ultime due puntate. HACF i numeri non li ha mai fatti (tutti i critici, a cominciare dal Guardian, lo hanno rilevato). Gli ascolti bassi, per un argomento apparentemente ostico – la tecnologia -, ogni anno ci avevano fatto temere una chiusura anticipata dello show. E invece ce l’abbiamo fatta, siamo arrivati alla fine. Se non fosse stata per la scelta apparentemente anti-economica di Amc non avremmo visto completata un’opera in costante crescita qualitativa che chiude con l’“universal acclaim” di Metacritic (passando da 69 della prima stagione a 92 della quarta) e un rating 100% su Rotten Tomatoes.

“Fermati e prendi fuoco.” “Halt and catch fire” è un’istruzione fittizia in linguaggio macchina che se eseguita fermerebbe il funzionamento del computer. Il mondo dei computer degli anni 80 e 90 è solo un espediente narrativo perché ad andare in scena è innanzitutto la capacità di autosabotaggio dei personaggi nel tentativo di veicolare ambizioni o di affrontare i propri fantasmi. Il New York Times non a caso ha scritto che questa è una serie sul fallimento.

HACF non ha mai avuto bisogno di spettacolarizzare, di esagerare, di andare sopra le righe. Anzi, escluse le primissime puntate, ha lavorato sempre in sottrazione costruendo un dramma in cui la credibilità di storie e personaggi è magistrale.

Joe, Gordon, Cameron, Donna (ma anche John, Diane, Joanie, Haley) sono personaggi complessi e in lenta, precisa evoluzione. Ognuno di loro è così vicino che possiamo riconoscerlo come se ci si sovrapponesse. Ognuno di loro ha qualcosa di noi, o almeno di me.

“The pilgrim was a kid” rivela Donna a Cameron dopo aver finito il suo videogioco. Ecco, forse ogni personaggio di HACF ci somiglia nella misura in cui è bambino e in cui lo siamo tutti: nell’istinto delle aspirazioni, nell’autodistruzione inconsapevole, nella tenacia o nella capacità di proteggere e di essere protetto.

Per questi motivi personaggi simili ci entrano dentro come persone care. Questi alcuni momenti che mi hanno travolto:

  • Il pianto di Cameron dopo la serata con Joe

  • La fine di Mutiny

  • Il riavvicinamento di Joe e Cameron

E soprattutto le puntate 04×07 e 04×08 rispetto al quale il red wedding di Game of Thrones è stato una passeggiata emotiva.

Insomma, anti-eroi perfettamente connessi con la nostra incompiutezza forse non a caso interpretati da attori anti-celebrità che come Lee Pace, Scoot McNairy o Mackenzie Davis che tengono a bada i gossip o stanno alla larga i social.

Dentro e intorno a HACF c’è la solidità di chi non ha bisogno di piacere. Non a caso siamo stati in pochissimi a vederlo. Il ragazzo con cui uscivo a venti anni direbbe che se non ha successo non è bello. Ma il bello delle volte arriva a pochi o ha bisogno di tempo per arrivare a tanti per questo il messaggio che metto nella bottiglia con questo articolo va ai fan di oggi e ai futuri: i numeri non sono il valore. E il valore oggi va ricordato, protetto e celebrato.

Lo sanno i personaggi che da ogni fallimento sono risorti, lo sa Amc che ha continuato a produrre la serie, lo sa la squadra di HACF che ha alzato il tiro affinando sempre più il prodotto, lo sappiamo tutti noi che lì dove si sta in pochi spesso stanno le cose migliori.

4 Comments “Halt and Catch Fire” o celebrazione di chi non ha bisogno di piacere

  1. Morgan

    Leggendo questo tuo articolo,mi sto pentendo di non averlo mai visto!! Ma su quale canale viene trasmesso in Italia?

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  2. Riccardo Escher

    Ma guarda le coincidenze.
    Leggo questo blog oggi pomeriggio e mi viene in mente un articolo letto questa mattina su di un progetto dell’univesità di Colonia (Gesine Müller) che intende decifrare i meccanismi e le forze, i processi che fanno di alcune opere successi mondiali e invece fanno ignorare altre opere; la ricerca usa come modello la letteratura sudamericana (il successo mondiale di Gabriel Garcia Máquez o Vargas Llosa contro l’ignoranza di autori come Juan Carlos Onetti, Guillermo Cabrera Infante, Antonio Di Benedetto o Salvador Elizondo).
    Vengono analizzate statistiche di vendita, corrispondenza fra case editrici, materiale di marketing, notizie giornalistiche internazionali, interviste con editori, agenti letterari, consulenti editoriali, traduttori, critici letterari.
    Dietro la fama non c’è solo bravura (si spera) ma anche tutto un processo dell’industria culturale.
    Vedi http://cordis.europa.eu/project/rcn/197084_en.html

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