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Nina e la verità dietro la finzione

Ho guardato il video di Nina Moric al Grande Fratello. Non mi ha colpito il suo corpo. La chirurgia non è una novità per lei, resta secondo me una donna molto bella.

La vera stonatura era un’altra.

Solite cose. Il compagno nella casa la tradisce, lei lo lascia attraverso i social, quindi regolamento dei conti con lei che viene chiamata a dirgliene quattro.

Nina Moric entra nella casa e, dopo aver ripetuto un paio di frasi più o meno sconnesse su “dignità”, “ingiuria” e “falsità”, guarda verso l’alto e dice: “Mio dio, ma perché sono qua?”

Davanti il compagno che non può parlare ma ci prova violando il regolamento. E lei: “…sei freezato (sic!) quindi ascoltami”. Ma Nina non ha niente da dire in realtà. In quel programma il niente da dire sarebbe la base per costruire la fuffa; quella fuffa è l’essenza. Invece Nina in quel momento non riesce a mettere in scena la finzione del niente.

All’improvviso diventa un errore del sistema.

Per fortuna, come da un suggerimento autoriale che devono averle dato prima e che stava per dimenticare, si riprende e tira fuori la storia degli aborti che ha avuto. Li ricorda al compagno “freezato” che la guarda instupidito. Butta là pure presunte colpe dei medici e questioni giudiziarie. Mette insieme due frasi su questa questione… Ti viene da dirle: “Nina, ma cosa stai dicendo? Ma hai capito dove ti trovi? Ti pare il caso di parlare di certe cose qui?”.

Per fortuna quasi nessuno la ascolta perché i suoi capelli cotonati, le sue magrezze, la sua plastica distraggono dal peso di quello smarrimento. Uno smarrimento in cui la vera rivelazione c’era stata con quegli occhi al cielo, invocando dio perché le dicesse il motivo per cui si trovava lì.

L’uomo che squarcia il velo. Il robot che si ribella a Westworld.

In quel momento, un frammento piccolissimo, io ho sperato che Nina si liberasse, se ne andasse, neanche una scusa a Barbara. Che le scuse, semmai, le devono gli altri a lei.

Dieci motivi per cui la lettera della Deneuve non aiuta l’emancipazione

Sono stata ospite di Uno Mattina in Famiglia per parlare della lettera che Catherine Deneuve ha firmato insieme ad altre 99 donne. L’idea di fondo: va difesa la libertà di corteggiare fino al punto di molestare perché è indispensabile alla vita sessuale. Io non sono d’accordo e questi sono i dieci motivi per cui contesto sia la posizione sostenuta dal collettivo sia una serie di punti di vista correlati.

  1. “Lo stupro è un crimine. Ma la resistenza insistente o maldestra non è un crimine, né la galanteria è un’aggressione machista.” (dalla lettera)
    Ci sono profili penali dalla violenza sessuale alla molestia legata alla discriminazione di genere. Non tutto il fastidio che una persona può recare a un’altra è normato ma non tutto quello che non è normato è necessariamente giusto o auspicabile. Menzionare lo stupro con l’artificio retorico tipico del “non sono razzista ma”, mettendolo accanto alla galanteria, è un modo per confondere le acque.
  2. “Nel corteggiamento c’è l’affetto e noi dovremmo esserne grate.”
    Non sempre. Nel complimento che non ha niente della rispettosa constatazione della bellezza altrui, c’è spesso una pulsione sessuale non contenuta. Imparare a domarla non ha niente a che fare con la possibilità di avere una vita affettiva/sessuale compiuta e felice. D’altro canto, se è vero che nell’uomo la donna vede il riflesso della pulsione affettiva paterna, va anche detto che il padre, a un certo punto, va simbolicamente ucciso. La realizzazione come individui nasce infatti anche dalla capacità di emanciparci da un’idea: valiamo solo se piacciamo all’uomo. Il lavoro di empowerment (dal movimento #MeToo a realtà editoriali come Freeda) che il femminismo liberal sta promuovendo sulle nuove generazioni è in questo senso preziosissimo.
  3. “Il movimento #MeToo provuome il puritanesimo.”
    Il movimento #MeToo promuove un rapporto uomo-donna più rispettoso. Che il rispetto diventi sinonimo di rapporti freddi testimonia mancanza di fantasia nell’immaginare l’altro, anche sessualmente.
  4. “Dobbiamo stare attenti a tutto quello che facciamo o diciamo.”
    No, non stiamo sotto un regime totalitario e non c’è nessun clima generalizzato da caccia alle streghe, di certo non in Italia (eventualmente c’è una forte presa di posizione, più o meno ad effetto, negli ambienti cinematografici). Che cosa è una molestia in senso lato, legato cioè a un sentire non precisamente normato, è qualcosa sul quale non ci dobbiamo prendere in giro: gli uomini sanno benissimo quando un no è un no e quando il corteggiamento è sgradito. Fare del vittimismo su questo serve solo a deviare il punto.
  5. “Il corteggiamento, anche insistente o maldestro, fa bene a una cultura sessualmente emancipata.”
    Più che una cultura sessualmente emancipata, fa bene una cultura maschilista che promuove ruoli ben precisi. Nella fattispecie: l’uomo, in quanto tale, è seduttore e predatore; la donna, in quanto tale, deve accettare gli approcci.
  6. “Cosa ne sarà di un mondo senza corteggiamento?”
    In tutto questa vicenda c’è un forte elemento generazionale*. Una lettera come quella su Le Monde è frutto di una cultura che, per quanto riferibile alle lotte per l’emancipazione della sessualità, è ancora legata ai ruoli di genere. Se il corteggiamento sparirà non sarà perché la donna reclama la sacrosanta libertà di non essere molestata, ma per altri fattori come la tecnologia che rendono non necessario quel passaggio.
  7. “La caratteristica del puritanesimo di prendere a prestito, in nome di un cosiddetto bene generale, gli argomenti della protezione delle donne e della loro emancipazione per legarli meglio a uno stato di vittime eterne” (dalla lettera) oppure “Una donna sa difendersi da sola.”
    Quale donna sa difendersi da sola? La donna psicologicamente non vulnerabile, la donna che non è culturalmente sottoposta alla pressione sociale, la donna che non sta in una posizione sociale o economica più debole. La visione di un modello simile è spesso la proiezione di persone emancipate che, però, nell’evocazione della “donna forte” non stanno descrivendo la realtà per come è, ma per come la auspicano o per come la riferiscono a se stessi. Una donna forte non si crea con la cultura dei ruoli, ma con con quella che costruisce la fiducia a prescindere dallo sguardo maschile. Accusare chi va in questa direzione di puritanesimo è ingiusto e controproducente.
  8. “Le donne devono denunciare altrimenti la loro parola non conta, anzi, è discutibile.”
    Sì, devono denunciare. Ma la denuncia è ostacolata da un cultura che vede la donna come quella che deve porgere l’altra guancia davanti a un apprezzamento o che arriva persino a condannare le vittime. Quindi, prima cosa da fare, prima ancora di invocare il ricorso alla denuncia, è contribuire a costruire un terreno culturalmente fertile per tutto questo.
  9. “La lettera è un esempio di rottura del conformismo.”
    La lettera riflette gli elementi generazionali di un mondo sì sessualmente libero ma anche fortemente stereotipato. Quello che vi sembra conformismo è un frammento di lotte relativamente recenti che rompe su una cultura millenaria di sottomissione femminile. L’emancipazione femminile è ancora un processo in divenire e i contraccolpi -come questa lettera- della cultura precedente, sono inevitabili ma destinati a essere sempre più anacronistici.
  10. “#MeToo ha portato sulla stampa e sui social network una campagna di denunce pubbliche e incriminazione di individui che, senza avere la possibilità di rispondere o difendersi, sono stati messi esattamente allo stesso livello dei trasgressori sessuali. Questa giustizia sbrigativa ha già le sue vittime, gli uomini sanzionati nell’esercizio della professione, costretti a dimettersi, ecc.” (dalla lettera)
    Non possiamo ridurre quello che sta succedendo al mero “penale/non penale”. Questa è una battaglia sociale storica e, come tale, può oltrepassare i confini del diritto perché segna la cultura. Può non essere giusto verso gli individui che, come alcuni registi, perdono lavoro e fiducia anche senza un processo. Ma è il prezzo di cui tavolta la comunità si macchia quando fa balzi in avanti verso, paradossalmente, una maggiore equità.*Oggi, prima di entrare in studio, io e l’altra ospite Marta Flavi (sostenitrice della posizione della Deneuve) ci siamo confrontate sulle nostre esperienze in America. Entrambe abbiamo registrato come gli uomini evitino di guardare. Alla domanda: “Come vi siete sentite?”, abbiamo risposto insieme, istintivamente: “Tristissima.” (lei); “Libera.” (io). Credo che su questo incida il nostro appartenere a generazioni diverse.