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Nina e la verità dietro la finzione

Ho guardato il video di Nina Moric al Grande Fratello. Non mi ha colpito il suo corpo. La chirurgia non è una novità per lei, resta secondo me una donna molto bella.

La vera stonatura era un’altra.

Solite cose. Il compagno nella casa la tradisce, lei lo lascia attraverso i social, quindi regolamento dei conti con lei che viene chiamata a dirgliene quattro.

Nina Moric entra nella casa e, dopo aver ripetuto un paio di frasi più o meno sconnesse su “dignità”, “ingiuria” e “falsità”, guarda verso l’alto e dice: “Mio dio, ma perché sono qua?”

Davanti il compagno che non può parlare ma ci prova violando il regolamento. E lei: “…sei freezato (sic!) quindi ascoltami”. Ma Nina non ha niente da dire in realtà. In quel programma il niente da dire sarebbe la base per costruire la fuffa; quella fuffa è l’essenza. Invece Nina in quel momento non riesce a mettere in scena la finzione del niente.

All’improvviso diventa un errore del sistema.

Per fortuna, come da un suggerimento autoriale che devono averle dato prima e che stava per dimenticare, si riprende e tira fuori la storia degli aborti che ha avuto. Li ricorda al compagno “freezato” che la guarda instupidito. Butta là pure presunte colpe dei medici e questioni giudiziarie. Mette insieme due frasi su questa questione… Ti viene da dirle: “Nina, ma cosa stai dicendo? Ma hai capito dove ti trovi? Ti pare il caso di parlare di certe cose qui?”.

Per fortuna quasi nessuno la ascolta perché i suoi capelli cotonati, le sue magrezze, la sua plastica distraggono dal peso di quello smarrimento. Uno smarrimento in cui la vera rivelazione c’era stata con quegli occhi al cielo, invocando dio perché le dicesse il motivo per cui si trovava lì.

L’uomo che squarcia il velo. Il robot che si ribella a Westworld.

In quel momento, un frammento piccolissimo, io ho sperato che Nina si liberasse, se ne andasse, neanche una scusa a Barbara. Che le scuse, semmai, le devono gli altri a lei.

Dieci motivi per cui la lettera della Deneuve non aiuta l’emancipazione

Sono stata ospite di Uno Mattina in Famiglia per parlare della lettera che Catherine Deneuve ha firmato insieme ad altre 99 donne. L’idea di fondo: va difesa la libertà di corteggiare fino al punto di molestare perché è indispensabile alla vita sessuale. Io non sono d’accordo e questi sono i dieci motivi per cui contesto sia la posizione sostenuta dal collettivo sia una serie di punti di vista correlati.

  1. “Lo stupro è un crimine. Ma la resistenza insistente o maldestra non è un crimine, né la galanteria è un’aggressione machista.” (dalla lettera)
    Ci sono profili penali dalla violenza sessuale alla molestia legata alla discriminazione di genere. Non tutto il fastidio che una persona può recare a un’altra è normato ma non tutto quello che non è normato è necessariamente giusto o auspicabile. Menzionare lo stupro con l’artificio retorico tipico del “non sono razzista ma”, mettendolo accanto alla galanteria, è un modo per confondere le acque.
  2. “Nel corteggiamento c’è l’affetto e noi dovremmo esserne grate.”
    Non sempre. Nel complimento che non ha niente della rispettosa constatazione della bellezza altrui, c’è spesso una pulsione sessuale non contenuta. Imparare a domarla non ha niente a che fare con la possibilità di avere una vita affettiva/sessuale compiuta e felice. D’altro canto, se è vero che nell’uomo la donna vede il riflesso della pulsione affettiva paterna, va anche detto che il padre, a un certo punto, va simbolicamente ucciso. La realizzazione come individui nasce infatti anche dalla capacità di emanciparci da un’idea: valiamo solo se piacciamo all’uomo. Il lavoro di empowerment (dal movimento #MeToo a realtà editoriali come Freeda) che il femminismo liberal sta promuovendo sulle nuove generazioni è in questo senso preziosissimo.
  3. “Il movimento #MeToo provuome il puritanesimo.”
    Il movimento #MeToo promuove un rapporto uomo-donna più rispettoso. Che il rispetto diventi sinonimo di rapporti freddi testimonia mancanza di fantasia nell’immaginare l’altro, anche sessualmente.
  4. “Dobbiamo stare attenti a tutto quello che facciamo o diciamo.”
    No, non stiamo sotto un regime totalitario e non c’è nessun clima generalizzato da caccia alle streghe, di certo non in Italia (eventualmente c’è una forte presa di posizione, più o meno ad effetto, negli ambienti cinematografici). Che cosa è una molestia in senso lato, legato cioè a un sentire non precisamente normato, è qualcosa sul quale non ci dobbiamo prendere in giro: gli uomini sanno benissimo quando un no è un no e quando il corteggiamento è sgradito. Fare del vittimismo su questo serve solo a deviare il punto.
  5. “Il corteggiamento, anche insistente o maldestro, fa bene a una cultura sessualmente emancipata.”
    Più che una cultura sessualmente emancipata, fa bene una cultura maschilista che promuove ruoli ben precisi. Nella fattispecie: l’uomo, in quanto tale, è seduttore e predatore; la donna, in quanto tale, deve accettare gli approcci.
  6. “Cosa ne sarà di un mondo senza corteggiamento?”
    In tutto questa vicenda c’è un forte elemento generazionale*. Una lettera come quella su Le Monde è frutto di una cultura che, per quanto riferibile alle lotte per l’emancipazione della sessualità, è ancora legata ai ruoli di genere. Se il corteggiamento sparirà non sarà perché la donna reclama la sacrosanta libertà di non essere molestata, ma per altri fattori come la tecnologia che rendono non necessario quel passaggio.
  7. “La caratteristica del puritanesimo di prendere a prestito, in nome di un cosiddetto bene generale, gli argomenti della protezione delle donne e della loro emancipazione per legarli meglio a uno stato di vittime eterne” (dalla lettera) oppure “Una donna sa difendersi da sola.”
    Quale donna sa difendersi da sola? La donna psicologicamente non vulnerabile, la donna che non è culturalmente sottoposta alla pressione sociale, la donna che non sta in una posizione sociale o economica più debole. La visione di un modello simile è spesso la proiezione di persone emancipate che, però, nell’evocazione della “donna forte” non stanno descrivendo la realtà per come è, ma per come la auspicano o per come la riferiscono a se stessi. Una donna forte non si crea con la cultura dei ruoli, ma con con quella che costruisce la fiducia a prescindere dallo sguardo maschile. Accusare chi va in questa direzione di puritanesimo è ingiusto e controproducente.
  8. “Le donne devono denunciare altrimenti la loro parola non conta, anzi, è discutibile.”
    Sì, devono denunciare. Ma la denuncia è ostacolata da un cultura che vede la donna come quella che deve porgere l’altra guancia davanti a un apprezzamento o che arriva persino a condannare le vittime. Quindi, prima cosa da fare, prima ancora di invocare il ricorso alla denuncia, è contribuire a costruire un terreno culturalmente fertile per tutto questo.
  9. “La lettera è un esempio di rottura del conformismo.”
    La lettera riflette gli elementi generazionali di un mondo sì sessualmente libero ma anche fortemente stereotipato. Quello che vi sembra conformismo è un frammento di lotte relativamente recenti che rompe su una cultura millenaria di sottomissione femminile. L’emancipazione femminile è ancora un processo in divenire e i contraccolpi -come questa lettera- della cultura precedente, sono inevitabili ma destinati a essere sempre più anacronistici.
  10. “#MeToo ha portato sulla stampa e sui social network una campagna di denunce pubbliche e incriminazione di individui che, senza avere la possibilità di rispondere o difendersi, sono stati messi esattamente allo stesso livello dei trasgressori sessuali. Questa giustizia sbrigativa ha già le sue vittime, gli uomini sanzionati nell’esercizio della professione, costretti a dimettersi, ecc.” (dalla lettera)
    Non possiamo ridurre quello che sta succedendo al mero “penale/non penale”. Questa è una battaglia sociale storica e, come tale, può oltrepassare i confini del diritto perché segna la cultura. Può non essere giusto verso gli individui che, come alcuni registi, perdono lavoro e fiducia anche senza un processo. Ma è il prezzo di cui tavolta la comunità si macchia quando fa balzi in avanti verso, paradossalmente, una maggiore equità.*Oggi, prima di entrare in studio, io e l’altra ospite Marta Flavi (sostenitrice della posizione della Deneuve) ci siamo confrontate sulle nostre esperienze in America. Entrambe abbiamo registrato come gli uomini evitino di guardare. Alla domanda: “Come vi siete sentite?”, abbiamo risposto insieme, istintivamente: “Tristissima.” (lei); “Libera.” (io). Credo che su questo incida il nostro appartenere a generazioni diverse.

Perché quella foto è razzista. E perché forse lo siamo anche noi

Il colosso dell’abbigliamento H&M è nella bufera per aver pubblicato una foto da molti – me compresa – ritenuta razzista. Il modello, un bambino nero, nell’immagine indossava una felpa con scritto: “The coolest monkey in the jungle”, la scimmia più cool della giungla.


“Che sarà mai”
, dicono alcuni accusandoci di buonismo. Tutto questo non c’entra niente con il buonismo o il perbenismo. La rottura del politicamente corretto è qualcosa che per gusto e intelletto mi appartiene. Ma esistono i registri, esistono i luoghi, esiste il linguaggio e il senso. “Che sarà mai”, dicono. Ma quale peso ha questa leggerezza?

Le grandi battaglie per i diritti sono quasi sempre ring sui quali a ogni colpo segue un contraccolpo. La storia vuole che generalmente i contraccolpi si facciano più deboli. Ma esistono. Per questo è sbagliato pensare che, quando si ottiene qualcosa, quello sia definitivo o assoluto. Almeno nel breve termine.

Prendiamo la segregazione razziale in America. I tempi in cui alla proclamazione dell’emancipazione di Lincoln faceva seguito la rivolta di New York contro i neri sono lontani. Come lo sono quelli in cui alla creazione del XIII emendamento (abolizione della schiavitù) facevano seguito i Black Codes per la limitazione dei diritti dei neri. Colpo, contraccolpo. Forti.

Passano i decenni e i secoli e in molti penseranno che se abbiamo avuto Obama il razzismo in America sia finitoDel resto – si dirà – forse il prossimo presidente sarà una donna afroamericana, Oprah, che è anche una delle persone più potenti della terra.

Non è così.

A fianco a loro ci sono stati Ferguson, le morti di Freddie Gray, Eric Garner, Michael Brown, un reddito tra un terzo e un quarto più basso rispetto a quello dei bianchi, una disoccupazione di circa il doppio e un presidente che sembra sempre meno interessato alla comunità.

Il razzismo non è finito, la battaglia per i diritti non è finita. Soprattutto se si pensa che proprio i suprematisti bianchi sono stati rilanciati con forza sulla scena politica in corrispondenza della campagna presidenziale di Trump. Come può quel ring, in America, non scaldarsi ancora oggi per un’immagine simile? Contro H&M, che intanto ha rimosso la foto è si è scusata, hanno protestato nomi influenti della cultura popolare come il giocatore di basket americano LeBron JamesThe Weeknd, star di fama mondiale che ha smesso di essere loro testimonial.

Da noi la polemica è più tenue ma comunque venata di prevedibili obiezioni legate al classico “che sarà mai”:

1) “H&M è così tranquilla con se stessa che chiaramente non aveva intento razzista, anzi, voleva dimostrare di essere oltre lo stereotipo.”
Non possiamo conoscere l’intento di chi ha fatto la foto, ma un colosso come H&M ha più livelli decisionali. Possibile che fossero tutti disattenti (loro dicono che investigheranno sulla dinamica), ma la scelta pare consapevole. Si pensi che per lo stesso set è stato usato un altro bambino, bianco, che invece indossa una felpa che lo incorona “esperto di sopravvivenza nella giungla delle mangrovie”. Avventuriero bianco vs Scimmia nera. A voler essere oltre lo stereotipo, le felpe andavano invertite.

2) “Ma quale razzismo! E’ un modo simpatico per dire che è carino come una scimmietta…”
Diresti mai al tuo figlio bianco che è carino come una mozzarellina? No, appunto. Quel bambino non sembra una scimmietta, come vostro figlio probabilmente non sembra una mozzarellina. “Essere bianco come una mozzarella” o “essere una scimmia in quanto nero” sono stereotipi legati al corpo, all’origine, a una presunzione di carattere culturale. In quanto stereotipi attengono al pregiudizio. Tra l’altro sono immagini povere a livello evocativo, paragoni debolissimi a differenza di altri modi di dire popolari. Non c’è niente di carino in questo. Poi possiamo divertirci a essere politicamente scorretti, per certi versi è anche un bene, ma dovremmo avere sempre chiara l’origine di quello che diciamo.

3) “Ma ti pare che sono così scemi da farlo apposta…”
Questa vicenda comporta un danno di immagine importante, soprattutto in Paesi che, diversamente dall’Italia, tendono a non perdonare certe cose. In un mercato globale altamente competitivo la sensibilità dei tempi va rispettata. H&M lo sa bene tanto che da anni fa campagne, ad esempio, sulla consciousness, ovvero sulla ecosostenibilità dei suoi capi. Assumiamo quindi che quelli di H&M non siano stati scemi da farlo apposta, sono stati scemi a farlo per sbaglio. Questo li rende meno colpevoli?

Vorrei fosse chiaro che non devi indossare cappuccio o croci celtiche per essere razzista. Anzi, il razzismo, come il sessismo, è talvolta tanto più preoccupante quanto più sembra innocuo e sottotraccia. Quanto più ci sembra trascurabile una frase, un atto, una prassi razzista. Quanto più è inconsapevole.

A proposito di questo,  H&M, come Zara, è tra quelle aziende che in Italia assumono neri ancora in funzione di quello che più segna lo stereotipo nel nero: il suo corpo. I neri che lavorano per H&M in Italia stanno prevalentemente, se non esclusivamente, all’antitaccheggio. In silenzio, grandi e grossi, sorvegliano le nostre uscite con le buste.

Stanno lì a fare l’uomo nero, vestito da uomo nero. Ecco, tutte le volte in cui passiamo per l’ingresso di H&M pensando che questo sia normale, tutte le volte in cui non ci accorgiamo che in Italia il nero è manovalanza, è prostituta o bracciante, è al massimo del riconoscimento sociale un corpo statuario alla porta, siamo razzisti. Assecondare questa condizione con un “che sarà mai” è razzista. Lo siamo almeno quanto chi pensa sia normale che un bambino nero rappresenti il miglior modo per interpretare la scimmia più cool della giungla.

Da Tina Lagostena Bassi a Asia Argento come se non fosse passato un giorno

Da giorni si parla di Harvey Weinstein, il produttore hollywoodiano che sarebbe autore di molestie e stupri ai danni di molte attrici.

Sui social e non solo lì assisto a discussioni rispetto alle denunce tardive. Penso che questo post di Paolo Marchegiani riassuma pienamente il mio punto di vista perché il dato più interessante è proprio quello che riporta la stessa Asia Argento (a cui non si perdona di essere o sembrare quella che altrove si chiama “bitch”, un misto di “stronza” e “puttana”): l’eccezione rappresentata dall’Italia nella sua colpevolizzazione rispetto alla vittima.

Come se non fosse passato un giorno da quando Tina Lagostena Bassi tuonava contro un tribunale di uomini il cui intento era spostare l’attenzione dagli imputati alla condotta della vittima.

Qui il link per chi non avesse visto mai il documentario che anticipò il programma più bello di sempre: Un giorno in pretura.

Non solo. La storia di Harvey Weinstein e la relativa polemica mi riportano in testa una vicenda successa recentemente a Torino. Una giovane donna è stata abusata prima dal padre e poi dagli dagli educatori della comunità protetta in cui era stata ospitata. All’epoca aveva sedici anni. Nel frattempo il processo in Cassazione si è chiuso con la prescrizione portando alle promesse del presidente della corte d’appello di Torino, Arturo Soprano, che intende prendere provvedimenti su chi è responsabile delle lungaggini del processo.

Solo e sempre a Torino a febbraio era successo un caso simile e i giudici avevano chiesto scusa; a marzo si era evitata in extremis la prescrizione di un processo per violenze su una ragazzina. Tre anni e sei mesi all’imputato e intanto la parte lesa si era suicidata nel 2006.

Non manca chi chiede l’abolizione della prescrizione almeno per chi commette abusi su minori. Io non sono una giustizialista, credo che tutti abbiano diritto a non rimanere ostaggi della magistratura per tutta la vita. Tuttavia la denuncia di un abuso sessuale è legata a fattori psicologici molto delicati. A questi si aggiunge l’aspetto culturale.

Le reazioni alle accuse di Asia Argento ci ricordano che soprattutto in un Paese come il nostro la pressione sociale può essere fortissima.

Per questo dovremmo forse riflettere su quanto sia bene che la prescrizione decorra da quando il reato viene consumato e non da quando viene denunciato.
Non ho posizioni definitive su questo e sarei felice di conoscere quelle di chi mi legge.

Quel video non doveva uscire. Questo è il problema ma non per i motivi che dite voi

In queste ore sta circolando in rete il video dei dipendenti di Banca Intesa di Castiglione delle Stiviere.

Quasi tutti ridono e lo postano perché la scenetta è oggettivamente imbarazzante. Accanto a reazioni che talvolta sfiorano il bullismo, proliferano già meme e newsjacking selvaggio.

Alcuni però prendono le difese di Katia (la protagonista) e dei suoi colleghi e si scagliano sui presunti cattivi a cominciare dai sindacati che non si sono schierati dalla loro parte. Un punto sembra comune tra chi prova tenerezza, pietà o simpatia per il gruppo di bancari: quel video doveva rimanere a uso interno. 

Ecco, il problema è proprio questo, ma non per i motivi che leggo in giro. La questione non è la violazione sulla destinazione del contenuto o il contesto che manca, ma proprio il fatto che fosse concepito per uso interno. Quel video era parte di una iniziativa di Banca Intesa sui propri dipendenti: un contest, come hanno voluto precisare, ironico. Un gioco per i dipendenti.

Questo solleva un problema importante: la cultura aziendale di questi anni. Accantonato da un bel pezzo l’approccio tayloriano/fordista, le aziende si sono fatte convincere da studiosi e esperti che il miglior modo per creare coesione, senso identitario, partecipazione e, in fondo, aumentare la produttività, sia soffocare la contrapposizione e i conflitti e creare un lavoratore che ama il proprio lavoro.

I marxisti di ultima generazione diranno che questa è la base del passaggio da sfruttamento a autosfruttamento capitalistico.
Gli aziendalisti diranno che i fini non importano se i mezzi fanno stare meglio impresa e dipendenti.
Io, che sono disgraziatamente moderata, dico che nessuno rimpiange i posti di lavoro di una volta (dal grigio delle fabbriche a quello degli uffici fantozziani – che pure già conoscevano meccanismi primordiali e paradossali di cultura aziendale); ma aggiungo che chiunque abbia un disperato attaccamento al senso di libertà non può che sentirsi soffocare davanti a un dipendente saturo di core values, centralità del capitale umano, feste e giornate a tema. 

Se io lavorassi per Banca Intesa e dovessi prendere parte a questi giochi mi sentirei manipolata e fuori posto. Anzi, la mia produttività sarebbe al riparo da ostilità verso l’azienda solo nella misura in cui questa mi lasciasse la libertà di stabilire i limiti: io decido per me dove finiscono il lavoro e i colleghi e dove iniziano il divertimento e gli amici.
Se io fossi un dirigente di Banca Intesa mi sentirei male a sapere che sto promuovendo una cultura paternalistica in cui i miei dipendenti, per cercare di essere i migliori o – peggio – di sentirsi meglio, possono rischiare di essere ridicoli.

Lo so, da una disgraziatamente moderata ci si aspetta cinica neutralità, ma sono anche una sognatrice e continuo a sperare che il progresso sociale (che ormai passa inevitabilmente anche per quello imprenditoriale) cresca davvero solo quando la retorica e i suoi derivati lasceranno la strada all’autodeterminazione.

Ma quale Ferragni? Forse vorrai dire… Ferrante!

Ho letto un post Instagram di “Baby George ti disprezza” sulla fashion blogger Chiara Ferragni. Il concetto, senza la solita ironia della pagina, era: “Forbes dice che è la fashion inluencer più importante del mondo, è bravissima, lo riconosce il mondo intero, voi invece rosicate.”

Restando testuali, c’era una frase che per quanto iperbolica mi ha colpito:

“Tutti vorremmo essere Chiara Ferragni. Ammetterlo non costa nulla e ci si guadagna in bile.”

Forbes ha incoronato @chiaraferragni fashion influencer più importante al mondo. La nostra #TheBlondeSalad. La ragazza presa come modello per uno studio dall’Università di Harvard, che ogni anno fattura – legalmente – milioni di euro. La stessa che per molti italiani (troppi ndr) è una con la faccia da topo, le tette piccole, la paglia in testa, che non sa parlare, che a tratti si veste di merda e che Dio solo sa come possa essere arrivata dov’è. Perché la piaga dell’INVIDIA SOCIALE, figlia del provincialismo che da troppo attanaglia questo Paese, li spinge a demolirla piuttosto che andarne orgogliosi. E non rompessero le palle con il fatto che fa la fashion blogger e non l’astrofisica, perché se si sono sentiti orgogliosi di Rocco che come merito ha solo quello di avere il pisello grosso, non dovranno fare un grosso sforzo per abbassare i loro standard culturali. Tutti vorremmo essere Chiara Ferragni. Ammetterlo non costa nulla e ci si guadagna in bile. @farina_lorenzo –> FB link in BIO

Un post condiviso da BabyGeorgeTiDisprezza (@babygeorgetidisprezza) in data:

Me lo sono chiesta: “Io vorrei essere Chiara Ferragni?” Risposta: “No.” Come me, sono certa, tantissime persone.
Sarà che siamo sempre i soliti radical chic, come maldestramente dicono alcuni. O forse sarà la vecchia storia: il mondo è vario e c’è chi non sogna di fare il fashion blogger, di sposare Fedez o di diventare milionari indossando vestiti di sponsor. Semplicemente non ci piace. Hai voglia a darci degli ipocriti… come se non si sapesse che noi radical chic più che vivere di Capalbio e caviale campiamo di stenti (e forse mica ci mancherebbero le capacità per fare meglio, eh :/ ).

Se anche ci affascinassero primariamente influenza, fama, guadagni direi che, a dover scegliere un modello di italiana nel mondo, alla Ferragni preferirei la Ferrante:

      • la geniale Elena, nota scrittrice il cui anonimato ha destato le attenzione persino dei giornalisti di inchiesta, non sarà la influencer di moda più importante del mondo ma per Time è tra le 100 persone più influenti al mondo, vicino a Zuckerberg e Di Caprio;
      • piace al pubblico tanto da aver venduto più di cinque milioni di copie nel mondo. E quindi è anche ricca grazie alle persone che amano leggere storie;
      • piace alla critica, piace ai famosi (Clinton dice che la sua lettura è ipnotica, James Franco che è “amazing” e con i suoi libri tutti si fanno i selfie…) Piace persino a a Lee Pace, ovvero il mio attore preferito che di solito posta solo foto di girasoli e cani:

Ora, mettiamo da parte questi criteri e non tocchiamo i libri (che su una linea delle motivazioni sarebbero agli antipodi). Con la scelta di uno pseudonimo e misurando i suoi interventi ai limiti dell’invisibilità, la Ferrante ha messo la sua opera al centro. Nell’epoca in cui tutti vogliono essere qualcuno, lei ha deciso di essere Nessuno togliendo l’immagine e centellinando le parole fuori dalle sue pagine.

Già diventare ricchi e famosi scrivendo è cosa rara. Diventarlo in questo modo è miracoloso.

Per questi motivi direi che non è vero che “Tutti vorremmo essere Chiara Ferragni. Ammetterlo non costa nulla e ci si guadagna in bile.”

Mentre suggerirei che “Tutti dovremmo voler essere Elena Ferrante. Ammetterlo non costa nulla e ci si guadagna in immaginazione.”

Largo agli ambasciatori di cui abbiamo bisogno

Spesso pensiamo a quanto ci sia da vergognarsi a essere italiani. Talvolta anche solo a essere parte del genere umano. Eppure ieri, facendo ricerche di lavoro, mi sono imbattuta in un personaggio italiano che non conoscevo e che che ribalta certi punti di vista. La sua storia mi ha talmente riempito il cuore che non riuscivo a smettere di ripetermi: “Che bello!” Per questo la condivido con voi.

Usti Waya è una grande amante dell’avventura. A venti anni ha preso il brevetto di pilota di aereo e paracadutista. A 24 anni ha fatto il giro del mondo da sola e un corso di sopravvivenza nel Maine. Ha partecipato a un rally nel Sahara, due volte alla maratona di New York. Due tribù di nativi americani l’hanno adottata. Si occupa anche di ambiente e ha una fattoria biologica.

Un giorno scopre di non poter avere figli così, invece di chiudersi in sé, come per compensazione inizia a fare volontariato tra i bambini malati. Per aiutarli apre una Onlus. Soprattutto gli racconta favole e le sue favole, che hanno per protagonista un topo, diventano popolarissime.

Usti Waya non è il suo vero nome ma il nome che le hanno dato i Cherokee. Significa “piccolo lupo” perché Usti Waya scrive per i più piccoli. Lei, che è una radiosa signora di Milano, è conosciuta nel mondo per il suo vero nome: Elisabetta Dami. E soprattutto per il suo personaggio più importante, il topo Geronimo Stilton (direttore dell'”Eco del Roditore”,  laureato in Topologia della Letteratura Rattica e in Filosofia Archeotopica Comparata), che ha venduto nel mondo più di 130 milioni di copie dall’America alla Cina, dove leggono le sue avventure anche a scuola.

130 milioni è una cifra spaventosa, segno che la bellezza di questa donna sempre sorridente arriva fino alle sue opere e via diretta agli occhi dei puri. Una simile ambasciatrice di pace e fantasia non può che farci sentire un po’ meglio nei panni di italiani e in quelli di esseri umani.

Miss Italia e l’imbarazzo del “cosa stiamo facendo”

Quando avevo sedici anni partecipai a un concorso di bellezza. Vinsi una fascia nazionale che mi consegnò Giletti (giuro. È vero). Di quelle settimane di selezione ho un ricordo molto preciso. Ricordo l’imbarazzo.

Mi imbarazzavano i balletti (da cui fui fortunatamente dispensata), mi imbarazzavano le domande (sulla mia qualità risposi: “Non vorrei essere pretenziosa o immodesta ma forse l’intelligenza.” TIÈ.), mi imbarazzavano i costumi (sempre sbagliati e scomodi), mi imbarazzava la giuria (spesso di giornalisti locali e piccole aziende sponsor), mi imbarazzavano i luoghi (discoteche, sagre, centri commerciali, sale conferenze).

Quell’imbarazzo mi è tornato ieri in mente guardando Miss Italia. Se all’epoca tutto mi sembrava già fuori fuoco, oggi i concorsi di bellezza mi sembrano completamente senza senso, completamente bruciati dal tempo. Ieri si respirava tristezza e lo certifica la noia di tutti, da quella del conduttore Facchinetti a quella della giuria, con De Sica in testa: un po’ sconsolato, un po’ paterno, pareva sempre sull’orlo di volersene andare.

In realtà tutti si chiedevano: “Ma cosa sto facendo?” Noi a casa compresi… i primi piani sfuggenti sui culi, il “Facci vedere come ti fai un selfie”, “Davvero Megan Fox è il tuo modello?”. Noi a casa compresi: “Cosa stiamo facendo?” Forse solo le ragazze non se lo chiedevano e proprio i loro sogni fragilissimi – per concezione e forse per destino – intenerivano e ci facevano sentire ancora più colpevoli.

Quale è il senso di cercare una bellezza femminile rappresentativa oggi, nell’epoca – fortunata – in cui le curve, le ossa, i colori, i tatuaggi, le forme, i capelli, la varietà in genera trova dignità di bellezza?
Quale è il senso dell’esibizione del corpo post-adolescente quando l’età è un concetto fluido e evanescente e i post-adolescenti sono fragili come mai nella storia?
Quale è il senso della rampa di lancio quando ormai ci si lancia da sole con Instagram e i social?
Quale è il senso dell’umiliante contentino delle domande (come a dimostrare che sì sono belle ma sono anche capaci di parlare) quando l’intelligenza femminile ha veri spazi per esprimersi altrove?

Nessuno. Miss Italia è decotto e il “disagio del fuori posto” che io sentivo a sedici anni è il “disagio del fuori tempo” che i concorsi di bellezza provocano oggi. Chiuderli equivale a concedere la fine più dignitosa.

Come un condor della California. O quasi

Per me la malinconia è Blockbuster. Tra liceo e Università avevo tessere di videonoleggi ovunque ma Blockbuster era primo nel mio cuore. Lo so che per tutti è più romantico il piccolo videonoleggio del cultore cinefilo ma a me piaceva l’odore di custodie di dvd, Coca-Cola e moquette, mi piacevano il frigo con i surgelati, le colonne di marshmallow e i trailer negli schermi. Lì potevo fare l’incursione nell’America dei film proprio mentre sceglievo quei film.

Soprattutto, Blockbuster era il luogo dei miei primi amori: lì si consumava l’inizio della serata perfetta con il suo rituale di paella e caramelle, dell’acquisto 3×2 che nel tentativo inutile di ottimizzare il risparmio diventava 6×4 o 9×6, del Mereghetti consultato nell’angolo fingendo che il suo parere avrebbe davvero contato qualcosa e che alla fine non avremmo preso l’ennesimo horror da una stellina.

Il luogo dei primi amori è il luogo della giovinezza. Quando quindi Blockbuster ha chiuso era come se dovessi fare il funerale anche a una parte della mia vita. Mi veniva su il dramma inconsolabile sulla caducità umana; ogni volta che ne vedevo uno chiuso mi saliva questo gruppo in gola: “Finiscono le multinazionali, figurati il resto.”
Ora della catena rimangono pochi negozi in tutto il mondo, la mia malinconia è sempre la stessa ogni volta che ci penso ma ieri ho trovato l’account Twitter di un loro punto in America: “The Last Blockbuster”, l’ultimo, che messa così -capirai – per me è già devastante.

In realtà l’account è pieno di battute tipo: “Chiederci perché non abbiamo i BluRay è come chiedere a un senzatetto perché non ha un MacBook Pro.” Oppure “Molta gente non sa che possediamo gran parte di Netflix. Stiamo scherzando. Ci hanno appena staccato la corrente.”
O la mia preferita: “La differenza tra noi e gli ultimi condor della California è che loro non sanno che si stanno estinguendo.” E, soprattutto, loro non sono capaci di riderci su.

Ricordo di un esame nel carcere di massima sicurezza

Tempo fa ho avuto l’occasione di accompagnare il prof. Dario Biocca in carcere a Spoleto e assisterlo per un esame ai detenuti della sezione di massima sicurezza. Tra loro c’era l’ex camorrista Della Volpe. In una lettera al sito Urla del silenzio aveva scritto: “Sono cresciuto in terre violente, anche i miei sentimenti sono stati violenti… mi sento ricoperto dalle mie terre, dovrò scrollarmele di dosso.”

Della Volpe ha un regime senza permessi e non può fare telefonate. Alcuni nella sua situazione implorano per avere materiali, libri, dispense da leggere.
Lui non ha mai visto un cellulare, figuriamoci internet. Per questo la parte del programma di Storia del giornalismo che più faticava a capire era quella sull’informazione multimediale. Ma lui, che voleva chiedere la tesi al professore, aveva studiato alla perfezione anche quella. Così, durante l’esame, sfoggiò un entusiasmo che sfiorava lo zelo e non sbagliò neanche una data.

Della Volpe quella volta prese un trenta e lode. A giugno di quest’anno si è laureato con una tesi su Gramsci e le sue lettere dal carcere. Da quel giorno sono convinta che dietro a qualsiasi sbarra debba esserci almeno una possibilità di “scrollarsi di dosso” chi si è stati.

Leggi l’articolo del Corriere sulla laurea di Della Volpe.
Leggi lo speciale de Il Bureau sulle carceri.