Classe creativa, quel disordine di cui l’Italia ha bisogno

Una schiera di operai in bianco e nero che escono dalle officine. Nell’immaginario di molti la rappresentazione della classe è il frutto di ricordi da cinema muto.

Protagonista per decenni di conquiste e ferite, protagonista della storia, la classe è innanzitutto quella operaia. Eppure agli inizi del 2000, quando ormai si compiva il suo progressivo sfaldamento del suo ruolo cardine, è stato teorizzato l’ingresso di un nuovo attore. L’economista e sociologo statunitense Richard Florida ha introdotto il concetto di “classe creativa”. Tutt’altro che grigia, tutt’altro che di massa, tutt’altro che in schiera.

Cosa è la classe creativa? Un nucleo che racchiude professioni disparate: scrittori, artisti, attori, registi, stilisti, ma anche docenti, scienziati, ingegneri, architetti, programmatori… Florida aggiunge anche i dirigenti, aspetto che rafforza una critica: forse stiamo parlando semplicemente di borghesia?

Non proprio. Come sottolinea Paolo Gervasi, la vera novità nell’analisi della società sta in come Florida sganci dalla teoria tipicamente marxista la componente del possesso di un capitale materiale sostituendola con il “possesso di un capitale simbolico e culturale”. Classe creativa, insomma, come produttrice diretta di beni immateriali; come vero nuovo pilastro nella ristrutturazione post-fordista dell’economia; come unica probabile superstite della rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Un nuovo soggetto che negli Stati Uniti, agli inizi degli anni Duemila, rappresentava circa il 30% dell’intera forza lavoro del Paese. Questa classe agisce seconda la regola delle tre T: “tecnologia, talento, tolleranza”. E si distingue per essere iper-frammentata, precarizzata, tendenzialmente non rappresentata, fluida ed eterogenea. Questo è dovuto alla postmodernità di cui è figlia, ma anche alla natura dell’unico comune denominatore tra professioni tanto varie: la creatività.

Come si definisce la creatività? “Intelligenza qualitativamente connotata.” “Capacità produttiva della ragione o della fantasia.” Oppure, citando Tommaso Matano, “ciò che produce l’inusitato, ciò che riformula, o aiuta a riformulare le nostre categorie. Una forma di disordine.” E il disordine, unito alla banalizzazione a cui è esposta la figura del creativo, ispira diffidenza. Tra le critiche, da una parte quella di chi rileva che chiunque ormai si può definire creativo, compreso chi apre un blog di cucina o un account di foto amatoriali. Dall’altra, quella del noto refrain “con la cultura non si mangia.”Ma è davvero così? Secondo Florida, le retribuzioni della classe creativa sono mediamente più alte di circa il doppio di quelle degli appartenenti alla classe dei servizi, operaia e dell’agricoltura.

Eppure l’Italia, Paese da sempre associato alla creatività, è ostile a questa nuova classe. Da noi è relativamente poco consistente (13% contro il 30% della forza lavoro olandese o il 27% di quella inglese), è sempre più identificabile con i knowledge workers del bistrattato mondo delle partita iva ed è la vera protagonista delle recenti migrazioni all’estero. In più, resta vittima di alcune carenze e peculiarità:

  • in Italia manca una cultura del lavoro intorno ai mestieri strettamente creativi, come il grafico, il regista, il musicista, l’artista. Il mercato è sostanzialmente incapace di comprendere il prodotto immateriale ignorando più o meno consapevolmente (e quindi colpevolmente) il relativo aspetto produttivo. Si minimizza l’idea dell’impegno che quel prodotto comporta, lo si sottopaga, gli si impongono tempistiche spesso logoranti;
  • un importante motore del lavoro creativo è il tempo libero. Emblematico in questo senso è il modello di organizzazione del lavoro in Google: il 20% del tempo lavorativo viene investito in attività creative personali. La falsa equazione “creatività = gioco”, diffusa in Italia, costringe il creativo di professione a meccanismi lavorativi deleteri che vanno a danno innanzitutto della creatività stessa. Il primo sacrificio che il creativo in Italia rischia di dover compiere è insomma quello verso il tempo libero utile per esplorare, fare ricerca, nutrire il dialogo con la realtà;
  • strutture del lavoro gerontocratiche e statiche come quelle italiane sono regni di conservazione che raramente si rivelano permeabili da una classe tipicamente liquida e tendenzialmente giovane. La sua presenza è richiesta per l’eco percepita di questi tempi e non per una loro reale comprensione: il creativo è chiamato per risolvere questioni urgenti come la gestione di social media o la creazione di siti. Il suo ruolo è derubricato da una possibile posizione strategica a una meramente esecutrice;
  • in ambito più strettamente imprenditoriale, il Paese fatica inoltre a tradurre in numeri significativi il patrimonio sterminato di ingegnosità, intuizione e velocità tipicamente italiano e, complice un deficit strutturale legato al nostro tessuto di piccole e medie imprese, produce una quantità di brevetti al di sotto delle aspettative.

La classe creativa italiana si trova quindi ad affrontare problemi di integrazione con il tessuto economico per l’incapacità del sistema di comprenderne il valore. Eppure, in un mondo sempre più complesso e bisognoso di soluzioni specialistiche, nuove e dirompenti, non si potrà prescindere dal suo lavoro.

Link al post originale: http://www.progettoscenario.it/index.php/post2/98-economia-classe-creativa-quel-disordine-di-cui-l-italia-ha-bisogno

Qui il mio intervento: