In queste ore sta circolando in rete il video dei dipendenti di Banca Intesa di Castiglione delle Stiviere.

Quasi tutti ridono e lo postano perché la scenetta è oggettivamente imbarazzante. Accanto a reazioni che talvolta sfiorano il bullismo, proliferano già meme e newsjacking selvaggio.

Alcuni però prendono le difese di Katia (la protagonista) e dei suoi colleghi e si scagliano sui presunti cattivi a cominciare dai sindacati che non si sono schierati dalla loro parte. Un punto sembra comune tra chi prova tenerezza, pietà o simpatia per il gruppo di bancari: quel video doveva rimanere a uso interno. 

Ecco, il problema è proprio questo, ma non per i motivi che leggo in giro. La questione non è la violazione sulla destinazione del contenuto o il contesto che manca, ma proprio il fatto che fosse concepito per uso interno. Quel video era parte di una iniziativa di Banca Intesa sui propri dipendenti: un contest, come hanno voluto precisare, ironico. Un gioco per i dipendenti.

Questo solleva un problema importante: la cultura aziendale di questi anni. Accantonato da un bel pezzo l’approccio tayloriano/fordista, le aziende si sono fatte convincere da studiosi e esperti che il miglior modo per creare coesione, senso identitario, partecipazione e, in fondo, aumentare la produttività, sia soffocare la contrapposizione e i conflitti e creare un lavoratore che ama il proprio lavoro.

I marxisti di ultima generazione diranno che questa è la base del passaggio da sfruttamento a autosfruttamento capitalistico.
Gli aziendalisti diranno che i fini non importano se i mezzi fanno stare meglio impresa e dipendenti.
Io, che sono disgraziatamente moderata, dico che nessuno rimpiange i posti di lavoro di una volta (dal grigio delle fabbriche a quello degli uffici fantozziani – che pure già conoscevano meccanismi primordiali e paradossali di cultura aziendale); ma aggiungo che chiunque abbia un disperato attaccamento al senso di libertà non può che sentirsi soffocare davanti a un dipendente saturo di core values, centralità del capitale umano, feste e giornate a tema. 

Se io lavorassi per Banca Intesa e dovessi prendere parte a questi giochi mi sentirei manipolata e fuori posto. Anzi, la mia produttività sarebbe al riparo da ostilità verso l’azienda solo nella misura in cui questa mi lasciasse la libertà di stabilire i limiti: io decido per me dove finiscono il lavoro e i colleghi e dove iniziano il divertimento e gli amici.
Se io fossi un dirigente di Banca Intesa mi sentirei male a sapere che sto promuovendo una cultura paternalistica in cui i miei dipendenti, per cercare di essere i migliori o – peggio – di sentirsi meglio, possono rischiare di essere ridicoli.

Lo so, da una disgraziatamente moderata ci si aspetta cinica neutralità, ma sono anche una sognatrice e continuo a sperare che il progresso sociale (che ormai passa inevitabilmente anche per quello imprenditoriale) cresca davvero solo quando la retorica e i suoi derivati lasceranno la strada all’autodeterminazione.

3 Comments Quel video non doveva uscire. Questo è il problema ma non per i motivi che dite voi

  1. Riccardo Escher

    Bel testo. È buffo. C”è un’evidente dicotomia fra come Ti vedi (“disgraziatamente moderata”) e come agisci. Mi piace il secondo termine.
    (il ragionamento sull’autosfruttamento secondo me lo si trova nel giovane Marx degli scritti del 1844)

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    1. Valentina

      Caro Riccardo, nella prassi dell’azione tendo alle scelte coraggiose, nella riflessione alle moderate… delle volte, chissà, forse sarebbe meglio il contrario!

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  2. Morgan

    Ciao Valentina, io sono un dipendente bancario..non di Intesa e quando ho visto questo video con i miei colleghi, dopo la solita risatina ci siamo chiesti: ma cosa stanno facendo?? Poi abbiamo scoperto la ‘fuga del video’ e la conseguente esposizione alla forca mediatica… mi sovviene però una domanda…e se invece questa circolazione sul web fosse voluta per un’ingegnosa idea di markerting?

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