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Dieci motivi per cui la lettera della Deneuve non aiuta l’emancipazione

Sono stata ospite di Uno Mattina in Famiglia per parlare della lettera che Catherine Deneuve ha firmato insieme ad altre 99 donne. L’idea di fondo: va difesa la libertà di corteggiare fino al punto di molestare perché è indispensabile alla vita sessuale. Io non sono d’accordo e questi sono i dieci motivi per cui contesto sia la posizione sostenuta dal collettivo sia una serie di punti di vista correlati.

  1. “Lo stupro è un crimine. Ma la resistenza insistente o maldestra non è un crimine, né la galanteria è un’aggressione machista.” (dalla lettera)
    Ci sono profili penali dalla violenza sessuale alla molestia legata alla discriminazione di genere. Non tutto il fastidio che una persona può recare a un’altra è normato ma non tutto quello che non è normato è necessariamente giusto o auspicabile. Menzionare lo stupro con l’artificio retorico tipico del “non sono razzista ma”, mettendolo accanto alla galanteria, è un modo per confondere le acque.
  2. “Nel corteggiamento c’è l’affetto e noi dovremmo esserne grate.”
    Non sempre. Nel complimento che non ha niente della rispettosa constatazione della bellezza altrui, c’è spesso una pulsione sessuale non contenuta. Imparare a domarla non ha niente a che fare con la possibilità di avere una vita affettiva/sessuale compiuta e felice. D’altro canto, se è vero che nell’uomo la donna vede il riflesso della pulsione affettiva paterna, va anche detto che il padre, a un certo punto, va simbolicamente ucciso. La realizzazione come individui nasce infatti anche dalla capacità di emanciparci da un’idea: valiamo solo se piacciamo all’uomo. Il lavoro di empowerment (dal movimento #MeToo a realtà editoriali come Freeda) che il femminismo liberal sta promuovendo sulle nuove generazioni è in questo senso preziosissimo.
  3. “Il movimento #MeToo provuome il puritanesimo.”
    Il movimento #MeToo promuove un rapporto uomo-donna più rispettoso. Che il rispetto diventi sinonimo di rapporti freddi testimonia mancanza di fantasia nell’immaginare l’altro, anche sessualmente.
  4. “Dobbiamo stare attenti a tutto quello che facciamo o diciamo.”
    No, non stiamo sotto un regime totalitario e non c’è nessun clima generalizzato da caccia alle streghe, di certo non in Italia (eventualmente c’è una forte presa di posizione, più o meno ad effetto, negli ambienti cinematografici). Che cosa è una molestia in senso lato, legato cioè a un sentire non precisamente normato, è qualcosa sul quale non ci dobbiamo prendere in giro: gli uomini sanno benissimo quando un no è un no e quando il corteggiamento è sgradito. Fare del vittimismo su questo serve solo a deviare il punto.
  5. “Il corteggiamento, anche insistente o maldestro, fa bene a una cultura sessualmente emancipata.”
    Più che una cultura sessualmente emancipata, fa bene una cultura maschilista che promuove ruoli ben precisi. Nella fattispecie: l’uomo, in quanto tale, è seduttore e predatore; la donna, in quanto tale, deve accettare gli approcci.
  6. “Cosa ne sarà di un mondo senza corteggiamento?”
    In tutto questa vicenda c’è un forte elemento generazionale*. Una lettera come quella su Le Monde è frutto di una cultura che, per quanto riferibile alle lotte per l’emancipazione della sessualità, è ancora legata ai ruoli di genere. Se il corteggiamento sparirà non sarà perché la donna reclama la sacrosanta libertà di non essere molestata, ma per altri fattori come la tecnologia che rendono non necessario quel passaggio.
  7. “La caratteristica del puritanesimo di prendere a prestito, in nome di un cosiddetto bene generale, gli argomenti della protezione delle donne e della loro emancipazione per legarli meglio a uno stato di vittime eterne” (dalla lettera) oppure “Una donna sa difendersi da sola.”
    Quale donna sa difendersi da sola? La donna psicologicamente non vulnerabile, la donna che non è culturalmente sottoposta alla pressione sociale, la donna che non sta in una posizione sociale o economica più debole. La visione di un modello simile è spesso la proiezione di persone emancipate che, però, nell’evocazione della “donna forte” non stanno descrivendo la realtà per come è, ma per come la auspicano o per come la riferiscono a se stessi. Una donna forte non si crea con la cultura dei ruoli, ma con con quella che costruisce la fiducia a prescindere dallo sguardo maschile. Accusare chi va in questa direzione di puritanesimo è ingiusto e controproducente.
  8. “Le donne devono denunciare altrimenti la loro parola non conta, anzi, è discutibile.”
    Sì, devono denunciare. Ma la denuncia è ostacolata da un cultura che vede la donna come quella che deve porgere l’altra guancia davanti a un apprezzamento o che arriva persino a condannare le vittime. Quindi, prima cosa da fare, prima ancora di invocare il ricorso alla denuncia, è contribuire a costruire un terreno culturalmente fertile per tutto questo.
  9. “La lettera è un esempio di rottura del conformismo.”
    La lettera riflette gli elementi generazionali di un mondo sì sessualmente libero ma anche fortemente stereotipato. Quello che vi sembra conformismo è un frammento di lotte relativamente recenti che rompe su una cultura millenaria di sottomissione femminile. L’emancipazione femminile è ancora un processo in divenire e i contraccolpi -come questa lettera- della cultura precedente, sono inevitabili ma destinati a essere sempre più anacronistici.
  10. “#MeToo ha portato sulla stampa e sui social network una campagna di denunce pubbliche e incriminazione di individui che, senza avere la possibilità di rispondere o difendersi, sono stati messi esattamente allo stesso livello dei trasgressori sessuali. Questa giustizia sbrigativa ha già le sue vittime, gli uomini sanzionati nell’esercizio della professione, costretti a dimettersi, ecc.” (dalla lettera)
    Non possiamo ridurre quello che sta succedendo al mero “penale/non penale”. Questa è una battaglia sociale storica e, come tale, può oltrepassare i confini del diritto perché segna la cultura. Può non essere giusto verso gli individui che, come alcuni registi, perdono lavoro e fiducia anche senza un processo. Ma è il prezzo di cui tavolta la comunità si macchia quando fa balzi in avanti verso, paradossalmente, una maggiore equità.*Oggi, prima di entrare in studio, io e l’altra ospite Marta Flavi (sostenitrice della posizione della Deneuve) ci siamo confrontate sulle nostre esperienze in America. Entrambe abbiamo registrato come gli uomini evitino di guardare. Alla domanda: “Come vi siete sentite?”, abbiamo risposto insieme, istintivamente: “Tristissima.” (lei); “Libera.” (io). Credo che su questo incida il nostro appartenere a generazioni diverse.

Perché quella foto è razzista. E perché forse lo siamo anche noi

Il colosso dell’abbigliamento H&M è nella bufera per aver pubblicato una foto da molti – me compresa – ritenuta razzista. Il modello, un bambino nero, nell’immagine indossava una felpa con scritto: “The coolest monkey in the jungle”, la scimmia più cool della giungla.


“Che sarà mai”
, dicono alcuni accusandoci di buonismo. Tutto questo non c’entra niente con il buonismo o il perbenismo. La rottura del politicamente corretto è qualcosa che per gusto e intelletto mi appartiene. Ma esistono i registri, esistono i luoghi, esiste il linguaggio e il senso. “Che sarà mai”, dicono. Ma quale peso ha questa leggerezza?

Le grandi battaglie per i diritti sono quasi sempre ring sui quali a ogni colpo segue un contraccolpo. La storia vuole che generalmente i contraccolpi si facciano più deboli. Ma esistono. Per questo è sbagliato pensare che, quando si ottiene qualcosa, quello sia definitivo o assoluto. Almeno nel breve termine.

Prendiamo la segregazione razziale in America. I tempi in cui alla proclamazione dell’emancipazione di Lincoln faceva seguito la rivolta di New York contro i neri sono lontani. Come lo sono quelli in cui alla creazione del XIII emendamento (abolizione della schiavitù) facevano seguito i Black Codes per la limitazione dei diritti dei neri. Colpo, contraccolpo. Forti.

Passano i decenni e i secoli e in molti penseranno che se abbiamo avuto Obama il razzismo in America sia finitoDel resto – si dirà – forse il prossimo presidente sarà una donna afroamericana, Oprah, che è anche una delle persone più potenti della terra.

Non è così.

A fianco a loro ci sono stati Ferguson, le morti di Freddie Gray, Eric Garner, Michael Brown, un reddito tra un terzo e un quarto più basso rispetto a quello dei bianchi, una disoccupazione di circa il doppio e un presidente che sembra sempre meno interessato alla comunità.

Il razzismo non è finito, la battaglia per i diritti non è finita. Soprattutto se si pensa che proprio i suprematisti bianchi sono stati rilanciati con forza sulla scena politica in corrispondenza della campagna presidenziale di Trump. Come può quel ring, in America, non scaldarsi ancora oggi per un’immagine simile? Contro H&M, che intanto ha rimosso la foto è si è scusata, hanno protestato nomi influenti della cultura popolare come il giocatore di basket americano LeBron JamesThe Weeknd, star di fama mondiale che ha smesso di essere loro testimonial.

Da noi la polemica è più tenue ma comunque venata di prevedibili obiezioni legate al classico “che sarà mai”:

1) “H&M è così tranquilla con se stessa che chiaramente non aveva intento razzista, anzi, voleva dimostrare di essere oltre lo stereotipo.”
Non possiamo conoscere l’intento di chi ha fatto la foto, ma un colosso come H&M ha più livelli decisionali. Possibile che fossero tutti disattenti (loro dicono che investigheranno sulla dinamica), ma la scelta pare consapevole. Si pensi che per lo stesso set è stato usato un altro bambino, bianco, che invece indossa una felpa che lo incorona “esperto di sopravvivenza nella giungla delle mangrovie”. Avventuriero bianco vs Scimmia nera. A voler essere oltre lo stereotipo, le felpe andavano invertite.

2) “Ma quale razzismo! E’ un modo simpatico per dire che è carino come una scimmietta…”
Diresti mai al tuo figlio bianco che è carino come una mozzarellina? No, appunto. Quel bambino non sembra una scimmietta, come vostro figlio probabilmente non sembra una mozzarellina. “Essere bianco come una mozzarella” o “essere una scimmia in quanto nero” sono stereotipi legati al corpo, all’origine, a una presunzione di carattere culturale. In quanto stereotipi attengono al pregiudizio. Tra l’altro sono immagini povere a livello evocativo, paragoni debolissimi a differenza di altri modi di dire popolari. Non c’è niente di carino in questo. Poi possiamo divertirci a essere politicamente scorretti, per certi versi è anche un bene, ma dovremmo avere sempre chiara l’origine di quello che diciamo.

3) “Ma ti pare che sono così scemi da farlo apposta…”
Questa vicenda comporta un danno di immagine importante, soprattutto in Paesi che, diversamente dall’Italia, tendono a non perdonare certe cose. In un mercato globale altamente competitivo la sensibilità dei tempi va rispettata. H&M lo sa bene tanto che da anni fa campagne, ad esempio, sulla consciousness, ovvero sulla ecosostenibilità dei suoi capi. Assumiamo quindi che quelli di H&M non siano stati scemi da farlo apposta, sono stati scemi a farlo per sbaglio. Questo li rende meno colpevoli?

Vorrei fosse chiaro che non devi indossare cappuccio o croci celtiche per essere razzista. Anzi, il razzismo, come il sessismo, è talvolta tanto più preoccupante quanto più sembra innocuo e sottotraccia. Quanto più ci sembra trascurabile una frase, un atto, una prassi razzista. Quanto più è inconsapevole.

A proposito di questo,  H&M, come Zara, è tra quelle aziende che in Italia assumono neri ancora in funzione di quello che più segna lo stereotipo nel nero: il suo corpo. I neri che lavorano per H&M in Italia stanno prevalentemente, se non esclusivamente, all’antitaccheggio. In silenzio, grandi e grossi, sorvegliano le nostre uscite con le buste.

Stanno lì a fare l’uomo nero, vestito da uomo nero. Ecco, tutte le volte in cui passiamo per l’ingresso di H&M pensando che questo sia normale, tutte le volte in cui non ci accorgiamo che in Italia il nero è manovalanza, è prostituta o bracciante, è al massimo del riconoscimento sociale un corpo statuario alla porta, siamo razzisti. Assecondare questa condizione con un “che sarà mai” è razzista. Lo siamo almeno quanto chi pensa sia normale che un bambino nero rappresenti il miglior modo per interpretare la scimmia più cool della giungla.