Date archives "October 2017"

“Halt and Catch Fire” o celebrazione di chi non ha bisogno di piacere

SPOILER ALERT – possibili rivelazioni se non avete mai visto HACF

A venti anni sono uscita per un breve periodo con un ragazzo. Era carino ma anche egocentrico e non troppo simpatico. Sin dall’inizio avevo riconosciuto i difetti ma a venti anni si agisce oltre la consapevolezza, così me lo feci andare bene per un po’ fino a quando litigammo su una questione apparentemente insignificante: secondo lui la fama di Vasco Rossi dimostrava la bravura di Vasco Rossi. All’epoca Vasco Rossi non mi piaceva per niente (cominciai ad averlo in simpatia solo dopo averlo visto strafatto da Mike) ma indipendentemente da questo trovavo stonata l’equazione “fama = bravura”. Solo in quel momento mi chiarii definitivamente l’incompatibilità e ci lasciammo.

Questo aneddoto mi torna in mente a distanza di anni. Mi ci torna in un momento in cui l’importanza del successo non è più un criterio dominante della cultura – weberianamente parlando – protestante.
L’importanza del successo oggi è rafforzata sin da bambini con il mito della “meravigliosa unicità” (“Sei splendido e – sottinteso – quindi avrai successo”) e viene poi costantemente riproposta a ogni apertura di social, certificata da numeri, esternata da like.
Mi ricordo di quell’equazione quando un amico ha talento e non emerge; quando una persona cara è costretta a cambiare obiettivi; quando a ottenere riconoscimenti spropositati sono persone con meriti discutibili; quando io stessa nel mio lavoro mi scontro con il peso dello share che talvolta abbassa il livello delle scelte editoriali.

E ci ripenso guardando Halt and Catch Fire, la mia serie preferita. Mentre scrivo sono appena andate in onda le ultime due puntate. HACF i numeri non li ha mai fatti (tutti i critici, a cominciare dal Guardian, lo hanno rilevato). Gli ascolti bassi, per un argomento apparentemente ostico – la tecnologia -, ogni anno ci avevano fatto temere una chiusura anticipata dello show. E invece ce l’abbiamo fatta, siamo arrivati alla fine. Se non fosse stata per la scelta apparentemente anti-economica di Amc non avremmo visto completata un’opera in costante crescita qualitativa che chiude con l’“universal acclaim” di Metacritic (passando da 69 della prima stagione a 92 della quarta) e un rating 100% su Rotten Tomatoes.

“Fermati e prendi fuoco.” “Halt and catch fire” è un’istruzione fittizia in linguaggio macchina che se eseguita fermerebbe il funzionamento del computer. Il mondo dei computer degli anni 80 e 90 è solo un espediente narrativo perché ad andare in scena è innanzitutto la capacità di autosabotaggio dei personaggi nel tentativo di veicolare ambizioni o di affrontare i propri fantasmi. Il New York Times non a caso ha scritto che questa è una serie sul fallimento.

HACF non ha mai avuto bisogno di spettacolarizzare, di esagerare, di andare sopra le righe. Anzi, escluse le primissime puntate, ha lavorato sempre in sottrazione costruendo un dramma in cui la credibilità di storie e personaggi è magistrale.

Joe, Gordon, Cameron, Donna (ma anche John, Diane, Joanie, Haley) sono personaggi complessi e in lenta, precisa evoluzione. Ognuno di loro è così vicino che possiamo riconoscerlo come se ci si sovrapponesse. Ognuno di loro ha qualcosa di noi, o almeno di me.

“The pilgrim was a kid” rivela Donna a Cameron dopo aver finito il suo videogioco. Ecco, forse ogni personaggio di HACF ci somiglia nella misura in cui è bambino e in cui lo siamo tutti: nell’istinto delle aspirazioni, nell’autodistruzione inconsapevole, nella tenacia o nella capacità di proteggere e di essere protetto.

Per questi motivi personaggi simili ci entrano dentro come persone care. Questi alcuni momenti che mi hanno travolto:

  • Il pianto di Cameron dopo la serata con Joe

  • La fine di Mutiny

  • Il riavvicinamento di Joe e Cameron

E soprattutto le puntate 04×07 e 04×08 rispetto al quale il red wedding di Game of Thrones è stato una passeggiata emotiva.

Insomma, anti-eroi perfettamente connessi con la nostra incompiutezza forse non a caso interpretati da attori anti-celebrità che come Lee Pace, Scoot McNairy o Mackenzie Davis che tengono a bada i gossip o stanno alla larga i social.

Dentro e intorno a HACF c’è la solidità di chi non ha bisogno di piacere. Non a caso siamo stati in pochissimi a vederlo. Il ragazzo con cui uscivo a venti anni direbbe che se non ha successo non è bello. Ma il bello delle volte arriva a pochi o ha bisogno di tempo per arrivare a tanti per questo il messaggio che metto nella bottiglia con questo articolo va ai fan di oggi e ai futuri: i numeri non sono il valore. E il valore oggi va ricordato, protetto e celebrato.

Lo sanno i personaggi che da ogni fallimento sono risorti, lo sa Amc che ha continuato a produrre la serie, lo sa la squadra di HACF che ha alzato il tiro affinando sempre più il prodotto, lo sappiamo tutti noi che lì dove si sta in pochi spesso stanno le cose migliori.

Da Tina Lagostena Bassi a Asia Argento come se non fosse passato un giorno

Da giorni si parla di Harvey Weinstein, il produttore hollywoodiano che sarebbe autore di molestie e stupri ai danni di molte attrici.

Sui social e non solo lì assisto a discussioni rispetto alle denunce tardive. Penso che questo post di Paolo Marchegiani riassuma pienamente il mio punto di vista perché il dato più interessante è proprio quello che riporta la stessa Asia Argento (a cui non si perdona di essere o sembrare quella che altrove si chiama “bitch”, un misto di “stronza” e “puttana”): l’eccezione rappresentata dall’Italia nella sua colpevolizzazione rispetto alla vittima.

Come se non fosse passato un giorno da quando Tina Lagostena Bassi tuonava contro un tribunale di uomini il cui intento era spostare l’attenzione dagli imputati alla condotta della vittima.

Qui il link per chi non avesse visto mai il documentario che anticipò il programma più bello di sempre: Un giorno in pretura.

Non solo. La storia di Harvey Weinstein e la relativa polemica mi riportano in testa una vicenda successa recentemente a Torino. Una giovane donna è stata abusata prima dal padre e poi dagli dagli educatori della comunità protetta in cui era stata ospitata. All’epoca aveva sedici anni. Nel frattempo il processo in Cassazione si è chiuso con la prescrizione portando alle promesse del presidente della corte d’appello di Torino, Arturo Soprano, che intende prendere provvedimenti su chi è responsabile delle lungaggini del processo.

Solo e sempre a Torino a febbraio era successo un caso simile e i giudici avevano chiesto scusa; a marzo si era evitata in extremis la prescrizione di un processo per violenze su una ragazzina. Tre anni e sei mesi all’imputato e intanto la parte lesa si era suicidata nel 2006.

Non manca chi chiede l’abolizione della prescrizione almeno per chi commette abusi su minori. Io non sono una giustizialista, credo che tutti abbiano diritto a non rimanere ostaggi della magistratura per tutta la vita. Tuttavia la denuncia di un abuso sessuale è legata a fattori psicologici molto delicati. A questi si aggiunge l’aspetto culturale.

Le reazioni alle accuse di Asia Argento ci ricordano che soprattutto in un Paese come il nostro la pressione sociale può essere fortissima.

Per questo dovremmo forse riflettere su quanto sia bene che la prescrizione decorra da quando il reato viene consumato e non da quando viene denunciato.
Non ho posizioni definitive su questo e sarei felice di conoscere quelle di chi mi legge.

Quel video non doveva uscire. Questo è il problema ma non per i motivi che dite voi

In queste ore sta circolando in rete il video dei dipendenti di Banca Intesa di Castiglione delle Stiviere.

Quasi tutti ridono e lo postano perché la scenetta è oggettivamente imbarazzante. Accanto a reazioni che talvolta sfiorano il bullismo, proliferano già meme e newsjacking selvaggio.

Alcuni però prendono le difese di Katia (la protagonista) e dei suoi colleghi e si scagliano sui presunti cattivi a cominciare dai sindacati che non si sono schierati dalla loro parte. Un punto sembra comune tra chi prova tenerezza, pietà o simpatia per il gruppo di bancari: quel video doveva rimanere a uso interno. 

Ecco, il problema è proprio questo, ma non per i motivi che leggo in giro. La questione non è la violazione sulla destinazione del contenuto o il contesto che manca, ma proprio il fatto che fosse concepito per uso interno. Quel video era parte di una iniziativa di Banca Intesa sui propri dipendenti: un contest, come hanno voluto precisare, ironico. Un gioco per i dipendenti.

Questo solleva un problema importante: la cultura aziendale di questi anni. Accantonato da un bel pezzo l’approccio tayloriano/fordista, le aziende si sono fatte convincere da studiosi e esperti che il miglior modo per creare coesione, senso identitario, partecipazione e, in fondo, aumentare la produttività, sia soffocare la contrapposizione e i conflitti e creare un lavoratore che ama il proprio lavoro.

I marxisti di ultima generazione diranno che questa è la base del passaggio da sfruttamento a autosfruttamento capitalistico.
Gli aziendalisti diranno che i fini non importano se i mezzi fanno stare meglio impresa e dipendenti.
Io, che sono disgraziatamente moderata, dico che nessuno rimpiange i posti di lavoro di una volta (dal grigio delle fabbriche a quello degli uffici fantozziani – che pure già conoscevano meccanismi primordiali e paradossali di cultura aziendale); ma aggiungo che chiunque abbia un disperato attaccamento al senso di libertà non può che sentirsi soffocare davanti a un dipendente saturo di core values, centralità del capitale umano, feste e giornate a tema. 

Se io lavorassi per Banca Intesa e dovessi prendere parte a questi giochi mi sentirei manipolata e fuori posto. Anzi, la mia produttività sarebbe al riparo da ostilità verso l’azienda solo nella misura in cui questa mi lasciasse la libertà di stabilire i limiti: io decido per me dove finiscono il lavoro e i colleghi e dove iniziano il divertimento e gli amici.
Se io fossi un dirigente di Banca Intesa mi sentirei male a sapere che sto promuovendo una cultura paternalistica in cui i miei dipendenti, per cercare di essere i migliori o – peggio – di sentirsi meglio, possono rischiare di essere ridicoli.

Lo so, da una disgraziatamente moderata ci si aspetta cinica neutralità, ma sono anche una sognatrice e continuo a sperare che il progresso sociale (che ormai passa inevitabilmente anche per quello imprenditoriale) cresca davvero solo quando la retorica e i suoi derivati lasceranno la strada all’autodeterminazione.

Ma quale Ferragni? Forse vorrai dire… Ferrante!

Ho letto un post Instagram di “Baby George ti disprezza” sulla fashion blogger Chiara Ferragni. Il concetto, senza la solita ironia della pagina, era: “Forbes dice che è la fashion inluencer più importante del mondo, è bravissima, lo riconosce il mondo intero, voi invece rosicate.”

Restando testuali, c’era una frase che per quanto iperbolica mi ha colpito:

“Tutti vorremmo essere Chiara Ferragni. Ammetterlo non costa nulla e ci si guadagna in bile.”

Forbes ha incoronato @chiaraferragni fashion influencer più importante al mondo. La nostra #TheBlondeSalad. La ragazza presa come modello per uno studio dall’Università di Harvard, che ogni anno fattura – legalmente – milioni di euro. La stessa che per molti italiani (troppi ndr) è una con la faccia da topo, le tette piccole, la paglia in testa, che non sa parlare, che a tratti si veste di merda e che Dio solo sa come possa essere arrivata dov’è. Perché la piaga dell’INVIDIA SOCIALE, figlia del provincialismo che da troppo attanaglia questo Paese, li spinge a demolirla piuttosto che andarne orgogliosi. E non rompessero le palle con il fatto che fa la fashion blogger e non l’astrofisica, perché se si sono sentiti orgogliosi di Rocco che come merito ha solo quello di avere il pisello grosso, non dovranno fare un grosso sforzo per abbassare i loro standard culturali. Tutti vorremmo essere Chiara Ferragni. Ammetterlo non costa nulla e ci si guadagna in bile. @farina_lorenzo –> FB link in BIO

Un post condiviso da BabyGeorgeTiDisprezza (@babygeorgetidisprezza) in data:

Me lo sono chiesta: “Io vorrei essere Chiara Ferragni?” Risposta: “No.” Come me, sono certa, tantissime persone.
Sarà che siamo sempre i soliti radical chic, come maldestramente dicono alcuni. O forse sarà la vecchia storia: il mondo è vario e c’è chi non sogna di fare il fashion blogger, di sposare Fedez o di diventare milionari indossando vestiti di sponsor. Semplicemente non ci piace. Hai voglia a darci degli ipocriti… come se non si sapesse che noi radical chic più che vivere di Capalbio e caviale campiamo di stenti (e forse mica ci mancherebbero le capacità per fare meglio, eh :/ ).

Se anche ci affascinassero primariamente influenza, fama, guadagni direi che, a dover scegliere un modello di italiana nel mondo, alla Ferragni preferirei la Ferrante:

      • la geniale Elena, nota scrittrice il cui anonimato ha destato le attenzione persino dei giornalisti di inchiesta, non sarà la influencer di moda più importante del mondo ma per Time è tra le 100 persone più influenti al mondo, vicino a Zuckerberg e Di Caprio;
      • piace al pubblico tanto da aver venduto più di cinque milioni di copie nel mondo. E quindi è anche ricca grazie alle persone che amano leggere storie;
      • piace alla critica, piace ai famosi (Clinton dice che la sua lettura è ipnotica, James Franco che è “amazing” e con i suoi libri tutti si fanno i selfie…) Piace persino a a Lee Pace, ovvero il mio attore preferito che di solito posta solo foto di girasoli e cani:

Ora, mettiamo da parte questi criteri e non tocchiamo i libri (che su una linea delle motivazioni sarebbero agli antipodi). Con la scelta di uno pseudonimo e misurando i suoi interventi ai limiti dell’invisibilità, la Ferrante ha messo la sua opera al centro. Nell’epoca in cui tutti vogliono essere qualcuno, lei ha deciso di essere Nessuno togliendo l’immagine e centellinando le parole fuori dalle sue pagine.

Già diventare ricchi e famosi scrivendo è cosa rara. Diventarlo in questo modo è miracoloso.

Per questi motivi direi che non è vero che “Tutti vorremmo essere Chiara Ferragni. Ammetterlo non costa nulla e ci si guadagna in bile.”

Mentre suggerirei che “Tutti dovremmo voler essere Elena Ferrante. Ammetterlo non costa nulla e ci si guadagna in immaginazione.”