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Largo agli ambasciatori di cui abbiamo bisogno

Spesso pensiamo a quanto ci sia da vergognarsi a essere italiani. Talvolta anche solo a essere parte del genere umano. Eppure ieri, facendo ricerche di lavoro, mi sono imbattuta in un personaggio italiano che non conoscevo e che che ribalta certi punti di vista. La sua storia mi ha talmente riempito il cuore che non riuscivo a smettere di ripetermi: “Che bello!” Per questo la condivido con voi.

Usti Waya è una grande amante dell’avventura. A venti anni ha preso il brevetto di pilota di aereo e paracadutista. A 24 anni ha fatto il giro del mondo da sola e un corso di sopravvivenza nel Maine. Ha partecipato a un rally nel Sahara, due volte alla maratona di New York. Due tribù di nativi americani l’hanno adottata. Si occupa anche di ambiente e ha una fattoria biologica.

Un giorno scopre di non poter avere figli così, invece di chiudersi in sé, come per compensazione inizia a fare volontariato tra i bambini malati. Per aiutarli apre una Onlus. Soprattutto gli racconta favole e le sue favole, che hanno per protagonista un topo, diventano popolarissime.

Usti Waya non è il suo vero nome ma il nome che le hanno dato i Cherokee. Significa “piccolo lupo” perché Usti Waya scrive per i più piccoli. Lei, che è una radiosa signora di Milano, è conosciuta nel mondo per il suo vero nome: Elisabetta Dami. E soprattutto per il suo personaggio più importante, il topo Geronimo Stilton (direttore dell'”Eco del Roditore”,  laureato in Topologia della Letteratura Rattica e in Filosofia Archeotopica Comparata), che ha venduto nel mondo più di 130 milioni di copie dall’America alla Cina, dove leggono le sue avventure anche a scuola.

130 milioni è una cifra spaventosa, segno che la bellezza di questa donna sempre sorridente arriva fino alle sue opere e via diretta agli occhi dei puri. Una simile ambasciatrice di pace e fantasia non può che farci sentire un po’ meglio nei panni di italiani e in quelli di esseri umani.

Miss Italia e l’imbarazzo del “cosa stiamo facendo”

Quando avevo sedici anni partecipai a un concorso di bellezza. Vinsi una fascia nazionale che mi consegnò Giletti (giuro. È vero). Di quelle settimane di selezione ho un ricordo molto preciso. Ricordo l’imbarazzo.

Mi imbarazzavano i balletti (da cui fui fortunatamente dispensata), mi imbarazzavano le domande (sulla mia qualità risposi: “Non vorrei essere pretenziosa o immodesta ma forse l’intelligenza.” TIÈ.), mi imbarazzavano i costumi (sempre sbagliati e scomodi), mi imbarazzava la giuria (spesso di giornalisti locali e piccole aziende sponsor), mi imbarazzavano i luoghi (discoteche, sagre, centri commerciali, sale conferenze).

Quell’imbarazzo mi è tornato ieri in mente guardando Miss Italia. Se all’epoca tutto mi sembrava già fuori fuoco, oggi i concorsi di bellezza mi sembrano completamente senza senso, completamente bruciati dal tempo. Ieri si respirava tristezza e lo certifica la noia di tutti, da quella del conduttore Facchinetti a quella della giuria, con De Sica in testa: un po’ sconsolato, un po’ paterno, pareva sempre sull’orlo di volersene andare.

In realtà tutti si chiedevano: “Ma cosa sto facendo?” Noi a casa compresi… i primi piani sfuggenti sui culi, il “Facci vedere come ti fai un selfie”, “Davvero Megan Fox è il tuo modello?”. Noi a casa compresi: “Cosa stiamo facendo?” Forse solo le ragazze non se lo chiedevano e proprio i loro sogni fragilissimi – per concezione e forse per destino – intenerivano e ci facevano sentire ancora più colpevoli.

Quale è il senso di cercare una bellezza femminile rappresentativa oggi, nell’epoca – fortunata – in cui le curve, le ossa, i colori, i tatuaggi, le forme, i capelli, la varietà in genera trova dignità di bellezza?
Quale è il senso dell’esibizione del corpo post-adolescente quando l’età è un concetto fluido e evanescente e i post-adolescenti sono fragili come mai nella storia?
Quale è il senso della rampa di lancio quando ormai ci si lancia da sole con Instagram e i social?
Quale è il senso dell’umiliante contentino delle domande (come a dimostrare che sì sono belle ma sono anche capaci di parlare) quando l’intelligenza femminile ha veri spazi per esprimersi altrove?

Nessuno. Miss Italia è decotto e il “disagio del fuori posto” che io sentivo a sedici anni è il “disagio del fuori tempo” che i concorsi di bellezza provocano oggi. Chiuderli equivale a concedere la fine più dignitosa.